DIRITTI & ROVESCI

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Dirittie & Rovesci - Nei Diritti ci sono anche i  Rovesci - ANTONELLA MANOTTI DIRETTORE NUOVO GIORNALE MILITARI

EDITORIALE

 

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28.3.2012 ANTONELLA MANOTTI Direttore del Nuovo Giornale dei Militari : RAPPRESENTANZA o SINDACATO, NESSUN INGANNO IDEOLOGICO. Attenzione a spacciare la SPECIFICITA' come norma svuota e ripaga DIRITTI, prima o poi questo ritornello si torce contro


 
  8.4.2011 NUOVO GIORNALE DEI MILITARI EDIZIONE SPECIALE SBLOCCO AUTOMATISMI STIPENDIALI. Per gentile concessione l'ultima copia cartacea del Giornale.  
 

PROROGA DEL MANDATO DELLA RAPPRESENTANZA

 

UN SUSSULTO DI DIGNITA’

 

Diventa assai difficile parlare oggi di un un tema, quello della rappresentanza militare, ormai depennato del tutto dall’agenda politica.

E non perché il governo sia impegnato, in Parlamento, a produrre  leggi per affrontare questioni pressanti, come la diffusa crisi economica che sta impoverendo sempre di più le famiglie e oscurando il futuro di tanti giovani…O per imbastire uno straccio di  iniziativa di politica estera, ora che abbiamo il Mediterraneo infiammato dalle proteste che riversano sulle nostre coste migliaia di disperati…

 No; quello che preoccupa è ben altro….Saranno 315, 319 o 320 i deputati che sosterranno la maggioranza?. Chi sarà lo Scilipoti di turno?

Questo è il tormentone quotidiano della cronaca politica.

 Rappresentanza Militare? Tutela? Per chi e per che cosa?

.Figuriamoci se qualcuno di quei 315,319, 320 deputati ( a secondo di come andrà la transumanza di questi giorni), sa che tra le norme del Milleproroghe che si accinge a votare, ce ne è una che impedirà ai cittadini militari di poter esercitare un loro sacrosanto diritto: quello di scegliersi i loro delegati in seno ai Consigli di rappresentanza.

Eppure, la norma con la quale si intende prorogare il mandato dei delegati in carica, (per la seconda volta) va ad incidere in  un sistema elettivo in cui, gli unici protagonisti dovrebbero essere proprio  gli elettori militari.

 Probabilmente, da parte di una classe politica entrata in Parlamento  per decisione delle segreterie di partito, l’argomento può apparire del tutto  insignificante.

 Eppure, i principi democratici a cui ispirarsi non mancano.

In conformità a questi principi , il cittadino ha dei precisi e non eludibili doveri, non certamente minori di quelli dei suoi rappresentanti. Gli eletti, cioè, hanno il dovere di rispettare il mandato elettivo, ovvero la fiducia degli elettori, mentre questi ultimi, a loro volta, hanno il diritto - dovere, mediante il controllo diretto, di farlo rispettare.
Il rapporto cittadino-elettore e cittadino-eletto è un rapporto di reciproca fiducia, una relazione, vale a dire, morale fra persone che responsabilizza entrambi i contraenti.
Infatti, l’eletto ha il dovere di rappresentare gli interessi dell’elettore, mentre quest'ultimo ha l’attesa ed il diritto che siano rispettati.
Il cittadino-elettore quando verifica che il cittadino-eletto ha tradito la sua fiducia, ha il diritto- dovere di togliergliela al momento del voto.

.Possono valere questi principi anche per la rappresentanza militare?

Possono e debbono valere.

La questione della nuova proroga  infatti, acquista nello scenario attuale una sua particolare “criticìtà”,  perché appare come una forzatura incomprensibile davanti alla manifesta debolezza della stessa rappresentanza e della categoria, nei confronti di un governo che infierisce contro il personale militare, con tagli alle retribuzioni, blocchi stipendiali, slittamenti dei pensionamenti, restrizioni di diritti, nonostante  la tanto sbandierata norma  sulla specificità che nelle parole di autorevoli esponenti della maggioranza, avrebbe dovuto differenziare il Comparto  dal resto della pubblica amministrazione.

Anziché raccogliere  il malessere che sale sempre più forte dalla base del personale, non disgiunto da quello di  un Paese in cui il  rapporto tra cittadini e Istituzioni è  visibilmente  molto allentato, cosa si fa?

Si concede una proroga e non si consente ai cittadini militari di mobilitare una propria presenza partecipativa ed elettiva, in un momento così delicato in cui vi sarebbe necessità di far sentire FORTE la propria voce. Una Voce di persone libere, mosse dalle proprie idee e non da interessi personali.

Il rinnovo dei consigli di rappresentanza può costituire un momento di grande impegno, contro una politica governativa sorda che, ad oggi, non ha onorato nessuno degli impegni assunti con il personale militare.

Spetta ai delegati in carica dimostrare che non esistono interessi particolari nell’accettare il prolungamento del mandato e dimostrare che questa ipotesi è  priva di fondamento; che non si è sacrificata  la propria dignità al carro del politico di turno, che non ci sono  distribuzioni di  vantaggi e protezione.

Un sussulto di dignita’

ROMA 22.02.2011

Antonella Manotti

 
 

QUESTA FABBRICA NON E' UNA CASERMA

 

Abbiamo sentito ripetere in questi giorni, nel contesto del dibattito sull’accordo sottoposto a referendum tra gli operai di  FIAT Mirafiori, che la fabbrica “non è una caserma”. Lo ha affermato il segretario generale della CGIL Susanna Camusso.

Qualche tempo fa era stato il presidente Fini, in piena bagarre interna al PDL, a sostenere che il partito “non è una caserma”…

 Questo mi ha fatto riflettere su come sia  ancora radicata nella società e nella politica, l’idea della “Caserma” intesa non come luogo di lavoro, seppur specifico, bensì come un contesto in cui la disciplina e l’ordine sono le uniche  basi su cui si fonda la quotidiana funzione del militare.

Ebbene, sappiamo che la Confederazione guidata dalla Camusso, è impegnata da anni sul fronte dei diritti costituzionali da riconoscere ai cittadini militari mentre,  il Presidente Fini, più volte ha sottolineato  l’impegno dei militari nella difesa della democrazia dentro e fuori i confini nazionali.

Quindi anche in loro persiste quell’idea: la caserma come   “limite invalicabile” che racchiude un mondo separato dalla società.

 Eppure in quelle caserme c’è chi,  in questi giorni, forse ha pensato che sarebbe stato bello avere la possibilità di potersi esprimere con un referendum, sulle proprie condizioni professionali e  sulla necessità di avere forme di rappresentanza più adeguate.

 

Il riferimento  potrebbe apparire esagerato, perché in ballo non vi sono certamente  investimenti o il rischio di perdere il lavoro, ma è legittimo o no  domandarsi se,  una società democratica che nella crisi è segnata ancor di più dalle divisioni sociali, possa accettare che esistano “sacche” di separatezza in cui una funzione o uno status professionale,   significa violazione dei diritti  e della dignità della persona?

 

Vale a questo punto ricordare che c’è un  PRINCIPIO:

 

“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro nè l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”.

Ebbene, questo  principio contenuto nell’ articolo 52 della nostra Costituzione,  non poteva essere più esplicito nella volontà di affermare che la difesa della Patria e della Costituzione medesima, è parte integrante di un sistema di valori a cui ogni cittadino deve ispirarsi, non solo chi è preposto, per funzione, ad assolvere questo dovere.

 

LA SOCIETA’ e la POLITICA devono porsi,  allora ,  una questione fondamentale:

coloro che sono chiamati per compito istituzionale a difendere  il paese e le istituzioni democratiche, possono esercitare, al pari di tutti i cittadini, i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione oppure il dovere di “obbedienza” racchiude in sé una sorta di autoesclusone da tali diritti?

A lungo, è stata avallata l’idea che, la limitazione di taluni diritti fosse necessaria  per non compromettere l’imparzialità delle FF.AA.,  la loro  coesione, l’efficienza basata sulla disciplina ecc.,  consolidando nel tempo, anche nella società civile e tra le forze politiche, l’idea che – diritti come  DIGNITÁ, UGUAGLIANZA E LIBERTÁ – fossero i qualche modo fattori pericolosi per la “tenuta” delle   FF.AA.

Mentre si è del tutto “cloroformizzata” la tesi  contraria, ovvero che – privando gli operatori del Comparto dei loro più elementari diritti -  di fatto si accentua la loro separazione  dalla società di cui fanno parte e dove svolgono  compiti molto delicati che richiederebbero, invece, una maggiore consapevolezza  democratica.

 

Oggi si assiste ad una patologica accelerazione di fenomeni repressivi all’interno del mondo militare, che dovrebbero allarmare ogni cittadino che ha a cuore la democrazia di questo Paese. Si è scelto, in altre parole,  di smantellare i diritti invece  di seguire una politica di attuazione della Costituzione.

Il percorso fin qui seguito deve invertirsi, affinche’ i militari non siano isolati dalla società democratica, ma pratichino la democrazia che proteggono, contribuendo alla sua vitalità.

Forze armate sempre più separate e marginali, possono diventare funzionali a progetti di  una società più conflittuale.

Abbiamo davanti a noi lo scenario di una Italia divisa in cui la crisi potrà accentuare l’emersione di tensioni di tipo sociale, economico, ecologico, etnico e dove, senza politiche sociali  e senza tutela dei diritti, si possono determinare modi di vivere diversi e inconciliabil e ingiustizie che possono scivolare nella accettazione della illegalità come male minore, nella violenza, nel razzismo e nell’intolleranza.

 

In quest'ottica non è un caso la normalizzazione dell'utilizzo di militari nelle più svariate emergenze, anche di ordine pubblico, proposti mediaticamente come una panacea per i mali dell'Italia.

 

Occorre rimettere al centro il “LAVORO MILITARE” che miopi classi dirigenti, si sono illuse di poter ignorare o peggio di poter cancellare nella sua dignità e nella sua funzione sociale, derubricandolo dall’agenda politica del Paese.

 

I cittadini militari – dal canto loro - debbono  far sentire la loro voce, perché c’è un limite alla delega passiva e  alla compressione dei diritti sociali  rigettando la solitudine del calcolo politico che  li vuole ridurre  a numero o, peggio, a compiacenti esecutori dei desideri dei partiti e potenti di turno;

 

Esiste un nucleo fondamentale di diritti che  appartengono all’individuo e  che va assunto come punto fondamentale per tutti.

 La caserma non è una fabbrica, ma davanti ai suoi muri, non può fermarsi il DIRITTO.

Antonella Manotti

 



 
 

11.10.2010 Il “vuoto politico” che mette in naftalina

i controlli democratici

 

Quale quadro politico potrebbe essere più “propizio”  dell’attuale, ad un arretramento dei diritti e delle conquiste democratiche nelle forze armate?

Purtroppo non si può essere molto ottimisti.

Le cronache che rovesciano  nelle redazioni dei giornali notizie di collusioni inquietanti fra politica, mondo economico e malavita, i dossier, le agitazioni negli schieramenti politici tutti presi nell’attrezzarsi all’eventualità del voto, un giorno annunciato e l’altro rimandato…Una politica  “arraffona” che merita in gran parte, diciamolo senza mezzi termini, il discredito di cui è circondata e che rinuncia all’esercizio nobile del bene comune, in nome di una ben più prosaica volontà di sopravvivenza…

Un parlamento impantanato, “appeso” ad una agenda politica che dimentica i problemi del Paese e – se  tenta di affrontarne alcuni – spesso lo fa con  disattenzione e  superficialità .

La lettura dei resoconti parlamentari delle Commissioni e dell’Aula ci rivelano lo scarso spessore degli interventi politici e  sciatteria nell’ approfondire i temi in discussione.

A volte non è nemmeno ben chiaro il tratto che divide le valutazioni della maggioranza da quelle dell’opposizione, tanto deboli sono le argomentazioni di quest’ultima, nel contrastare le “derive” antidemocratiche contenute in alcuni provvedimenti governativi….

Il sussulto, troppo  spesso, arriva soltanto a ridosso di manifestazioni dei cittadini che si inventano ormai di tutto per risvegliare le forze politiche dal loro torpore .

I nostri rappresentanti in Parlamento scendono in piazza, si fanno vedere tra i manifestanti, catturati da qualche telecamera, scambiano poche  parole con i manifestanti e poi si rinchiudono nuovamente nel Palazzo ad aspettare, sugli scranni parlamentari, il loro turno per pigiare un pulsante…approvando o respingendo un provvedimento di cui magari non conoscono nemmeno il contenuto…

Nessuna assunzione di responsabilità li sfiora e spesso dimostrano una impreparazione che lascia sbigottiti. Ma del resto, gran parte di loro debbono semplicemente adattarsi ad un ruolo di comparsa che le segreterie di partito gli hanno affidato, assicurandogli un posto in lista.

Con uno stato d’animo abbastanza rassegnato,  leggiamo quindi  il resoconto della commissione affari costituzionali del 22 settembre scorso laddove,  il senatore Saltamartini che fino a “ieri” militava in un sindacato, relazionando sulla riforma della rappresentanza arrivata dalla commissione difesa per il parere, afferma che:

….” benché il diritto di associazione sia riconosciuto a tutti i cittadini, ai sensi dell'articolo 18 della Costituzione, per particolari forme associative occorre tenere conto, come ha rilevato la Corte costituzionale, della peculiarità del servizio reso in un ambiente speciale quale quello militare, necessariamente caratterizzato da coesione interna e neutralità…”

E sempre più sconfortati, scorrendo la lettura, apprendiamo che – udite udite – per il Senatore appare “irragionevole la norma sul divieto di rielezione dei delegati dopo due mandati consecutivi, dal momento che la rappresentanza del personale militare è una specie di rappresentanza di interessi che sarebbe irragionevolmente limitata in una forma che allude a regole poste di norma per la rappresentanza politica….”

Una “specie” di rappresentanza di interessi? Oddio, Cosa vuol dire il Sen. Saltamartini?  Che la possibilità di rappresentare gli interessi del personale sarebbe irragionevolmente limitata dal “numero  dei mandati” e non piuttosto dalla pesantezza delle norme e dai forti limiti che fanno, del testo di riforma proposto dal relatore di maggioranza sen. Galioto , un progetto conservatore e decisamente involutivo?

Comprendiamo meglio perché il sen. Saltamartini definisce  la RM, “una specie” di rappresentanza di interessi, quando egli si spinge a ritenere “inopportuni gli emendamenti presentati al testo, tendenti ad  attribuire ai Cocer competenze in materia di stato giuridico e avanzamento del personale e competenze dirette, e non solo propositive, in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Se non deve occuparsi di materie come le carriere o lo stato giuridico, o di salute e  sicurezza, di cosa dovrebbe occuparsi una rappresentanza degna di questo nome?

Appunto: una “specie” di rappresentanza…

Non meno deludenti le osservazioni  dell’opposizione rispetto alle valutazioni del relatore Saltamartini;  il senatore Ceccanti   si limita a : “Condividere  la proposta di parere avanzata dal relatore, in particolare il rilievo riferito all'articolo 12, comma 3, circa l'irragionevole previsione del divieto di rielezione dopo due mandati consecutivi, che, a suo avviso, appare incongrua, tenendo conto della natura della rappresentanza del personale militare…”

Tutto qui.…

Possiamo nutrire la speranza che, nella commissione Difesa dove si svolge il dibattito sulla riforma,  ci sia una attenzione diversa ed un livello di dibattito un po’ più elevato? Che la maggioranza non blindi il progetto di riforma e che l’opposizione non si rassegni all’idea che…poco si potrà fare perche…”Tanto hanno i voti per approvarla…”.

Potremmo suggerire a quest’ultima,  un livello di mobilitazione diverso se si volesse veramente imporre un ripensamento sul testo; uscire dal Palazzo e confrontarsi con i cittadini militari  i quali - la mancanza di uno strumento efficace di tutela -  la stanno pagando sulla propria pelle (con  una finanziaria  iniqua che ha colpito  le classi sociali più deboli (tra cui il personale delle forze di polizia e delle forze armate), nonostante  la norma sulla specificità approvata dal Parlamento.

“Una norma con la quale , (afferma sempre il sen. Saltamartini)  ….il comparto esce virtualmente dal pubblico impiego per attestarsi su un principio di riconoscimento che dovrà tradursi in successivi atti…” che saranno alimentati da un fondo che sarà costituito sulla base di un odg  accolto da governo come raccomandazione (?)  il quale  prevede la possibilità di uno stanziamento del cinque per cento delle infrazioni al codice della strada, accertata dai corpi di polizia….”

Ecco, appunto, ce lo conferma il senatore:  è proprio VIRTUALE la possibilità di veder realizzata la specificità del Comparto!!

Non è virtuale invece, l’entrata in vigore del nuovo codice  dell’ordinamento militare che una  delega legislativa prevedeva come testo di semplificazione normativa  ma che, nei suoi 2272 articoli, nasconde più di una inaspettata ed amara sorpresa per il personale come quella che va a toccare  le norme sulla  libertà di espressione, sulla partecipazione  a riunioni  e manifestazioni politiche e sindacali, sul regolamento di disciplina in materia di richiami verbali…Anche se,  gli effetti giuridici conseguenti a questo provvedimento di portata enorme emergeranno, probabilmente,  poco a poco.

Vogliamo poi parlare della proposta di legge  in gestazione, che prevede  un ampliamento dei reati sottoposti al Codice penale militare?

O di un modello di Difesa di cui non si conosce il progetto complessivo, mentre il governo sta procedendo  alla sua definizione  pezzo per pezzo, con  provvedimenti sui quali – peraltro -  il Parlamento è chiamato a dare solo dei pareri consultivi?

La distrazione politica, rispetto al quadro sopra descritto per sommi capi, è inquietante e lo è ancor di più se essa ignora anche i richiami che provengono dall’Europa attraverso risoluzioni e raccomandazioni ratificate dai nostri parlamentari a Bruxelles, ma disattese dal Parlamento italiano.

Cosa aspettarsi ancora?

Torniamo allora, all’apertura  di questa nota. Ovvero al fatto che l’instabilità del quadro politico – nelle fumisterie  degli  schieramenti - completi l’opera di arretramento democratico consentendo con un compiacente disinteresse  – che dura  ormai da anni - il perseguimento di un obiettivo preciso: quello di  tornare a fare, dell’istituzione militare, un corpo separato della società.

Ecco la politica dei fatti e quella delle alchimie…in un paese in cui tutto cambia  affinchè  nulla cambi. Dove sul versante normativo e legislativo troneggia  un ordinamento fatto di regole  che si elidono a vicenda e che in conclusione permettono a chiunque di  fare i propri comodi, mentre assistiamo alla ipertrofia di  istituzioni come il Parlamento,  dove sono  gli stessi “guardiani delle regole” a non pestarsi i piedi  l’uno con l’atro,  con buona pace dell’efficacia dei controlli democratici su ciò che esce dalle aule parlamentari.

Lo strapotere dei partiti che hanno “occupato” le istituzioni  facendo da mantello ad un sistema che protegge le sue classi dirigenti  e lascia  a mani nude i cittadini, ci lascia in eredità  una miscela di interessi e connivenze che stanno fiaccando il Paese creando un clima ed un ambiente favorevole all’impunità ; un sistema in cui ci si adatta, in cui ci si genuflette  davanti al potere del più forte.

Il quadro si completa quando,  una politica di tagli indiscriminati va a toccare nel vivo le istituzioni preposte alla difesa della legalità come i Corpi di polizia e la Giustiza.  Ciò a cui  assistiamo è la drastica riduzione dei controlli pubblici  a vantaggio di una politica fatta di slogan e di messaggi mediatici…Le ronde, i militari nelle strade….

Una Politica che soddisfa  l’egocentrismo di  qualche ministro, ma che non  lascia sui territori presidi di legalità.

Ecco. Una  funzione parlamentare  ridotta a pure routine di potere, senza respiro, senza ricambio, senza più uno straccio di elaborazione ed   una politica rinsecchita  a solo mestiere, può riservarci amare sorprese.  A ciascuno di noi è affidato il compito di reagire, perché il momento delle parole, delle volontà di impegnarsi domani, delle belle frasi fatte, è esaurito.  Rifiutiamo l’omologazione al ribasso per salvarci dal buio in cui oggi affondano le nostre speranze.

Non ci sono più rendite  di cui usufruire perché in un vuoto di idee e di politica , può accadere di tutto.

 

11.10.2010

Antonella Manotti