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| 8.4.2011 NUOVO GIORNALE DEI MILITARI EDIZIONE SPECIALE SBLOCCO AUTOMATISMI STIPENDIALI. Per gentile concessione l'ultima copia cartacea del Giornale. | ||
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PROROGA DEL
MANDATO DELLA RAPPRESENTANZA
UN SUSSULTO DI
DIGNITA’ Diventa assai
difficile parlare oggi di un un tema, quello della rappresentanza
militare, ormai depennato del tutto dall’agenda politica. E non perché il governo sia impegnato, in
Parlamento, a produrre leggi
per affrontare questioni pressanti, come la diffusa crisi economica
che sta impoverendo sempre di più le famiglie e oscurando il futuro
di tanti giovani…O per imbastire uno straccio di
iniziativa di politica estera, ora che abbiamo il
Mediterraneo infiammato dalle proteste che riversano sulle nostre
coste migliaia di disperati… Questo è il
tormentone quotidiano della cronaca politica.
.Figuriamoci se qualcuno di quei
315,319, 320 deputati ( a secondo di come andrà la transumanza di
questi giorni), sa che tra le norme del Milleproroghe che si accinge
a votare, ce ne è una che impedirà ai cittadini militari di poter
esercitare un loro sacrosanto diritto: quello di scegliersi i loro
delegati in seno ai Consigli di rappresentanza. Eppure, la norma con la quale si intende
prorogare il mandato dei delegati in carica, (per la seconda volta)
va ad incidere in un
sistema elettivo in cui, gli unici protagonisti dovrebbero essere
proprio gli elettori
militari. In conformità a questi principi , il cittadino
ha dei precisi e non eludibili doveri, non certamente minori di
quelli dei suoi rappresentanti. Gli eletti, cioè, hanno il dovere di
rispettare il mandato elettivo, ovvero la fiducia degli elettori,
mentre questi ultimi, a loro volta, hanno il diritto - dovere,
mediante il controllo diretto, di farlo rispettare.
.Possono valere questi principi
anche per la rappresentanza militare? Possono e debbono
valere. La questione della nuova proroga
infatti, acquista nello scenario attuale una sua particolare
“criticìtà”, perché appare
come una forzatura incomprensibile davanti alla manifesta debolezza
della stessa rappresentanza e della categoria, nei confronti di un
governo che infierisce contro il personale militare, con
tagli alle retribuzioni, blocchi stipendiali, slittamenti dei
pensionamenti, restrizioni di diritti, nonostante
la tanto sbandierata norma
sulla specificità che nelle parole di
autorevoli esponenti della maggioranza, avrebbe dovuto differenziare
il Comparto dal
resto della pubblica amministrazione. Anziché raccogliere
il malessere che sale sempre
più forte dalla base del personale, non disgiunto da quello di
un Paese in cui il
rapporto tra cittadini e Istituzioni è
visibilmente molto
allentato, cosa si fa?
Si concede una proroga e non si consente
ai cittadini militari di mobilitare una propria presenza
partecipativa ed elettiva, in un momento così delicato in cui vi
sarebbe necessità di far sentire FORTE la propria voce.
Una Voce di persone libere, mosse dalle proprie idee e non da
interessi personali. Il rinnovo dei
consigli di rappresentanza può costituire un momento di grande
impegno, contro una politica governativa sorda che, ad oggi, non ha
onorato nessuno degli impegni assunti con il personale militare. Spetta ai delegati in carica dimostrare che non
esistono interessi particolari nell’accettare il prolungamento del
mandato e dimostrare che questa ipotesi è
priva di fondamento; che non si è sacrificata
la propria dignità al carro del politico di turno, che non ci
sono distribuzioni di
vantaggi e protezione.
Un sussulto di dignita’ ROMA 22.02.2011
Antonella Manotti |
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Abbiamo sentito ripetere in questi giorni, nel contesto del
dibattito sull’accordo sottoposto a referendum tra gli operai di
FIAT Mirafiori, che la fabbrica “non è una caserma”. Lo ha
affermato il segretario generale della CGIL Susanna Camusso.
Qualche tempo fa era stato il presidente Fini, in piena bagarre
interna al PDL, a sostenere che il partito “non è una caserma”…
Ebbene, sappiamo che la Confederazione guidata dalla Camusso, è
impegnata da anni sul fronte dei diritti costituzionali da
riconoscere ai cittadini militari mentre,
il Presidente Fini, più volte ha sottolineato
l’impegno dei militari nella difesa della democrazia dentro e
fuori i confini nazionali.
Quindi anche in loro persiste quell’idea: la caserma come
“limite invalicabile” che racchiude un mondo separato dalla
società.
Il riferimento potrebbe
apparire esagerato, perché in ballo non vi sono certamente
investimenti o il rischio di
perdere il lavoro, ma è legittimo o no
domandarsi se,
una società democratica che nella crisi è segnata ancor di più dalle
divisioni sociali, possa accettare che esistano “sacche” di
separatezza in cui una funzione o uno status professionale,
significa violazione dei diritti
e della dignità della persona?
Vale a questo punto ricordare che c’è un
PRINCIPIO:
“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il suo
adempimento non pregiudica la posizione di lavoro nè l’esercizio dei
diritti politici. L’ordinamento delle Forze Armate si informa allo
spirito democratico della Repubblica”.
Ebbene, questo principio
contenuto nell’ articolo 52 della nostra Costituzione,
non poteva essere più
esplicito nella volontà di affermare che la difesa della Patria e
della Costituzione medesima, è parte integrante di un sistema di
valori a cui ogni cittadino deve ispirarsi, non solo chi è preposto,
per funzione, ad assolvere questo dovere.
LA SOCIETA’ e la POLITICA devono
porsi, allora
,
una questione fondamentale:
coloro che sono chiamati per compito istituzionale a difendere
il paese e le istituzioni democratiche, possono esercitare,
al pari di tutti i cittadini, i diritti fondamentali sanciti dalla
Costituzione oppure il dovere di “obbedienza” racchiude in sé una
sorta di autoesclusone da tali diritti?
A lungo, è stata avallata l’idea che, la limitazione di taluni
diritti fosse necessaria
per non compromettere l’imparzialità delle FF.AA.,
la loro coesione,
l’efficienza basata sulla disciplina ecc.,
consolidando nel tempo, anche nella società civile e tra le
forze politiche, l’idea che – diritti come
DIGNITÁ, UGUAGLIANZA E
LIBERTÁ – fossero i qualche modo fattori pericolosi per la
“tenuta” delle
FF.AA.
Mentre si è del tutto “cloroformizzata” la tesi
contraria, ovvero che –
privando gli operatori del Comparto dei loro più elementari diritti
- di fatto si accentua la
loro separazione
dalla società di cui fanno
parte e dove svolgono
compiti molto delicati che richiederebbero, invece, una maggiore
consapevolezza
democratica.
Oggi si assiste
ad una patologica accelerazione di fenomeni repressivi all’interno
del mondo militare, che dovrebbero allarmare ogni cittadino che ha a
cuore la democrazia di questo Paese.
Si è scelto, in altre
parole,
di
smantellare i diritti
invece di seguire una
politica di attuazione della Costituzione.
Il percorso fin qui seguito deve invertirsi, affinche’ i militari non siano isolati dalla società democratica,
ma pratichino la democrazia che proteggono, contribuendo alla sua
vitalità.
Forze armate sempre più separate e marginali, possono diventare
funzionali a progetti di una società più conflittuale.
Abbiamo davanti a noi lo scenario di una Italia divisa in cui la
crisi potrà accentuare l’emersione di tensioni di tipo sociale,
economico, ecologico, etnico e dove, senza politiche sociali
e senza tutela dei diritti, si possono determinare modi di
vivere diversi e inconciliabil e ingiustizie che possono scivolare
nella accettazione della illegalità come male minore, nella
violenza, nel razzismo e nell’intolleranza.
In quest'ottica non è un caso la normalizzazione dell'utilizzo di
militari nelle più svariate emergenze, anche di ordine pubblico,
proposti mediaticamente come una panacea per i mali dell'Italia.
Occorre
rimettere al centro il “LAVORO
MILITARE” che miopi
classi dirigenti, si sono illuse di poter ignorare o peggio di poter
cancellare nella sua dignità e nella sua funzione sociale,
derubricandolo dall’agenda politica del Paese.
I
cittadini militari – dal canto loro - debbono
far sentire la loro voce,
perché c’è un limite alla delega passiva
e alla compressione dei
diritti sociali
rigettando la solitudine del calcolo politico che
li vuole ridurre
a numero o, peggio, a compiacenti esecutori dei desideri dei
partiti e potenti di turno;
Esiste un nucleo fondamentale di diritti che
appartengono all’individuo e che
va assunto come punto fondamentale per tutti.
Antonella Manotti
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11.10.2010 Il “vuoto politico” che mette in naftalina
i controlli democratici
Quale quadro politico potrebbe essere più
“propizio” dell’attuale, ad
un arretramento dei diritti e delle conquiste democratiche nelle
forze armate? Purtroppo non si può essere molto ottimisti. Le cronache che rovesciano
nelle redazioni dei giornali notizie di collusioni
inquietanti fra politica, mondo economico e malavita, i dossier, le
agitazioni negli schieramenti politici tutti presi nell’attrezzarsi
all’eventualità del voto, un giorno annunciato e l’altro
rimandato…Una politica “arraffona”
che merita in gran parte, diciamolo senza mezzi termini, il
discredito di cui è circondata e che rinuncia all’esercizio nobile
del bene comune, in nome di una ben più prosaica volontà di
sopravvivenza… Un parlamento impantanato, “appeso” ad una
agenda politica che dimentica i problemi del Paese e – se
tenta di affrontarne alcuni – spesso lo fa con
disattenzione e superficialità
. La lettura dei resoconti parlamentari delle
Commissioni e dell’Aula ci rivelano lo scarso spessore degli
interventi politici e sciatteria
nell’ approfondire i temi in discussione. A volte non è nemmeno ben chiaro il tratto che
divide le valutazioni della maggioranza da quelle dell’opposizione,
tanto deboli sono le argomentazioni di quest’ultima, nel contrastare
le “derive” antidemocratiche contenute in alcuni provvedimenti
governativi…. Il sussulto, troppo
spesso, arriva soltanto a
ridosso di manifestazioni dei cittadini che si inventano ormai di
tutto per risvegliare le forze politiche dal loro torpore . I nostri rappresentanti in Parlamento scendono
in piazza, si fanno vedere tra i manifestanti, catturati da qualche
telecamera, scambiano poche
parole con i manifestanti e poi si rinchiudono nuovamente nel
Palazzo ad aspettare, sugli scranni parlamentari, il loro turno per
pigiare un pulsante…approvando o respingendo un provvedimento di cui
magari non conoscono nemmeno il contenuto… Nessuna assunzione di responsabilità li sfiora e
spesso dimostrano una impreparazione che lascia sbigottiti. Ma del
resto, gran parte di loro debbono semplicemente adattarsi ad un
ruolo di comparsa che le segreterie di partito gli hanno affidato,
assicurandogli un posto in lista. Con uno stato d’animo abbastanza rassegnato,
leggiamo quindi il
resoconto della commissione affari costituzionali del 22 settembre
scorso laddove, il
senatore Saltamartini che fino a “ieri” militava in un sindacato,
relazionando sulla riforma della rappresentanza arrivata dalla
commissione difesa per il parere, afferma che:
….” benché il diritto di associazione sia
riconosciuto a tutti i cittadini, ai sensi dell'articolo 18 della
Costituzione, per particolari forme associative occorre tenere
conto, come ha rilevato la Corte costituzionale, della peculiarità
del servizio reso in un ambiente speciale quale quello militare,
necessariamente caratterizzato da coesione interna e neutralità…” E sempre più sconfortati, scorrendo la lettura,
apprendiamo che – udite udite – per il Senatore appare “irragionevole
la norma sul divieto di rielezione dei delegati dopo due mandati
consecutivi, dal momento che la rappresentanza del personale
militare è una specie di rappresentanza di interessi che sarebbe
irragionevolmente limitata in una forma che allude a regole poste di
norma per la rappresentanza politica….” Una “specie” di rappresentanza di interessi?
Oddio, Cosa vuol dire il Sen. Saltamartini?
Che la possibilità di
rappresentare gli interessi del personale sarebbe irragionevolmente
limitata dal “numero dei
mandati” e non piuttosto dalla pesantezza delle norme e dai forti
limiti che fanno, del testo di riforma proposto dal relatore di
maggioranza sen. Galioto , un progetto conservatore e decisamente
involutivo? Comprendiamo meglio perché il sen. Saltamartini
definisce la RM, “una specie”
di rappresentanza di interessi, quando egli si spinge a ritenere “inopportuni gli emendamenti presentati al testo, tendenti ad
attribuire ai Cocer
competenze in materia di stato giuridico e avanzamento del personale
e competenze dirette, e non solo propositive, in materia di salute e
sicurezza nei luoghi di lavoro”. Se non deve occuparsi di materie come le
carriere o lo stato giuridico, o di salute e
sicurezza, di cosa dovrebbe
occuparsi una rappresentanza degna di questo nome? Appunto: una “specie” di rappresentanza… Non meno deludenti le osservazioni
dell’opposizione rispetto
alle valutazioni del relatore Saltamartini;
il senatore Ceccanti si
limita a : “Condividere la proposta di
parere avanzata dal relatore, in particolare il rilievo riferito
all'articolo 12, comma 3, circa l'irragionevole previsione del
divieto di rielezione dopo due mandati consecutivi, che, a suo
avviso, appare incongrua, tenendo conto della natura della
rappresentanza del personale militare…” Tutto qui.… Possiamo nutrire la speranza che, nella
commissione Difesa dove si svolge il dibattito sulla riforma,
ci sia una attenzione diversa
ed un livello di dibattito un po’ più elevato? Che la maggioranza
non blindi il progetto di riforma e che l’opposizione non si
rassegni all’idea che…poco si potrà fare perche…”Tanto
hanno i voti per approvarla…”. Potremmo suggerire a quest’ultima,
un livello di mobilitazione
diverso se si volesse veramente imporre un ripensamento sul testo;
uscire dal Palazzo e confrontarsi con i cittadini militari
i quali - la mancanza di uno
strumento efficace di tutela - la
stanno pagando sulla propria pelle (con
una finanziaria
iniqua che ha colpito
le classi sociali più deboli (tra cui il personale delle
forze di polizia e delle forze armate), nonostante
la norma sulla specificità
approvata dal Parlamento.
“Una norma con la quale
, (afferma sempre il sen. Saltamartini)
….il comparto esce
virtualmente dal pubblico
impiego per attestarsi su un principio
di riconoscimento che dovrà
tradursi in successivi atti…” che saranno alimentati da un fondo
che sarà costituito sulla base di un odg
accolto da governo come raccomandazione (?)
“il
quale prevede la possibilità
di uno stanziamento del cinque per cento delle infrazioni al codice
della strada, accertata dai corpi di polizia….” Ecco, appunto, ce lo conferma il senatore:
è proprio
VIRTUALE la possibilità
di veder realizzata la specificità del Comparto!! Non è virtuale invece, l’entrata in vigore del
nuovo codice
dell’ordinamento militare che una delega
legislativa prevedeva come testo di semplificazione normativa
ma che, nei suoi 2272 articoli, nasconde più di una
inaspettata ed amara sorpresa per il personale come quella che va a
toccare le norme sulla
libertà di espressione, sulla partecipazione
a riunioni e
manifestazioni politiche e sindacali, sul regolamento di disciplina
in materia di richiami verbali…Anche se,
gli
effetti giuridici conseguenti a questo provvedimento di portata
enorme emergeranno, probabilmente, poco
a poco. Vogliamo poi parlare della proposta di legge
in gestazione, che prevede
un ampliamento dei reati
sottoposti al Codice penale militare? O di un modello di Difesa di cui non si conosce
il progetto complessivo, mentre il governo sta procedendo
alla sua definizione pezzo
per pezzo, con provvedimenti
sui quali – peraltro - il
Parlamento è chiamato a dare solo dei pareri consultivi? La distrazione politica, rispetto al quadro
sopra descritto per sommi capi, è inquietante e lo è ancor di più se
essa ignora anche i richiami che provengono dall’Europa attraverso
risoluzioni e raccomandazioni ratificate dai nostri parlamentari a
Bruxelles, ma disattese dal Parlamento italiano. Cosa aspettarsi ancora? Torniamo allora, all’apertura
di questa nota. Ovvero al
fatto che l’instabilità del quadro politico – nelle fumisterie
degli
schieramenti - completi l’opera di arretramento democratico
consentendo con un compiacente disinteresse
– che dura
ormai da anni - il
perseguimento di un obiettivo preciso: quello di
tornare a fare, dell’istituzione militare, un corpo separato
della società. Ecco la politica dei fatti e quella delle
alchimie…in un paese in cui tutto cambia
affinchè nulla cambi.
Dove sul versante normativo e legislativo troneggia
un ordinamento fatto di regole
che si elidono a vicenda e che in conclusione permettono a
chiunque di fare i
propri comodi, mentre assistiamo alla ipertrofia di
istituzioni come il Parlamento,
dove sono
gli stessi “guardiani delle regole” a non pestarsi i piedi
l’uno con l’atro,
con buona pace dell’efficacia dei controlli democratici su ciò che
esce dalle aule parlamentari. Lo strapotere dei partiti che hanno “occupato”
le istituzioni facendo
da mantello ad un sistema che protegge le sue classi dirigenti
e lascia a mani
nude i cittadini, ci lascia in eredità
una miscela di interessi e connivenze che stanno fiaccando il
Paese creando un clima ed un ambiente favorevole all’impunità ; un
sistema in cui ci si adatta, in cui ci si genuflette
davanti al potere del più forte. Il quadro si completa quando,
una politica di tagli indiscriminati va a toccare nel vivo le
istituzioni preposte alla difesa della legalità come i Corpi di
polizia e la Giustiza.
Ciò a cui assistiamo è
la drastica riduzione dei controlli pubblici
a vantaggio di una politica fatta di slogan e di messaggi
mediatici…Le ronde, i militari nelle strade…. Una Politica che soddisfa
l’egocentrismo di qualche
ministro, ma che non
lascia sui territori presidi di legalità. Ecco. Una funzione
parlamentare ridotta a
pure routine di potere, senza respiro, senza ricambio, senza più uno
straccio di elaborazione ed
una politica rinsecchita
a solo mestiere, può riservarci amare sorprese.
A ciascuno di noi è affidato il compito di reagire, perché il
momento delle parole, delle volontà di impegnarsi domani, delle
belle frasi fatte, è esaurito.
Rifiutiamo l’omologazione al ribasso per salvarci dal buio in
cui oggi affondano le nostre speranze. Non ci sono più rendite
di cui usufruire perché in un vuoto di idee e di politica ,
può accadere di tutto.
Antonella Manotti
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