|
Sito d'Informazione Comparto Difesa e Sicurezza |
|
Cari Amici e Colleghi, In questa pagina ho raccolto una serie di riflessioni sulla annosa questione Rappresentanza o Sindacato. Il dibattito si protrae nel corso degli anni raccogliendo sempre più simpatizzanti per la tesi della sindacalizzazione delle FF.AA. Gli articoli toccano tutti i temi, dal recente "Contro il virus del sindacalismo" a quello più datato "Una Rappresentanza Forte". E' stato detto tutto e di più ed ancora si continua a parlare. Nel FORUM puoi dire la tua!
|
||
|
|
15.9.2011 COCER/RAPPRESENTANZA MA QUANTO CI COSTI? A dispetto delle cifre che indicano 40 milioni il costo della Rappresentanza (Cobar, Coir, Cocer), è arrivata la risposta, ad una Interrogazione Parlamentare del Ministro della Difesa, che quantifica poco più di 5 milioni di euro la spesa totale. L'attività del COCER poco più di un milione. Il Populismo e l'invidia sono sempre un boomerang che può ritorcersi contro. |
PENSIERI DATATI
|
|
13.4.2011 SINDACATO O RAPPRESENTANZA. Come funziona il Sindacato dei Carabinieri (Guardia Civil) in Spagna. Intervista al Segretario Generale del Sindacato AUGC Alberto Luis Moya, per capirne l’importanza, le funzioni e il percorso storico. Tratto da Carabinieri d'Italia Magazine |
||
|
04.6.2010
SINDACATO
MILITARE, QUEL MIRAGGIO SEMPRE PIU' NECESSARIO
"...Lo stesso governo che, mentre chiede
sacrifici ai militari, propone sontuose ristrutturazioni per la
magistratura militare, invece di scioglierla. È arduo capire come
costoro possano in futuro amministrare giustizia sui militari che
esigano il rispetto sinora negato al loro lavoro, alle loro
famiglie, a loro stessi..." E' indubbio che la maggior parte dei tagli della Manovra Finanziaria hanno toccato Il Comparto Difesa. Più di ogni altro settore, i militari subiranno un trattamento restrittivo per effetto della Manovra. Non solo perdita economica ma anche dei diritti acquisiti. La domanda sorge spontanea, è un Comparto PRIVILEGIATO che andava ridimensionato oppure le Rappresentanze Militari non sono state all'altezza per contenere le perdite? |
||
|
9.05.2010
RIFORMA DELLA RAPPRESENTANZA DDL 3414
"Abrogazione degli articoli 8, 18, 19 e 20 della legge 11 luglio 1978, n. 382, e altre disposizioni in materia di disciplina e di rappresentanza militare" |
||
| 10.11.09 RAPPRESENTANZA MILITARE: IL PENSIERO DI SMD IN AUDIZIONE IN COMMISSIONE DIFESA. Un preoccupante ritorno al passato! | ||
| 26.10.09 FRANCO LEO Quale futuro per la Rappresentanza Militare, il Delegato come una crisalide | ||
| 21.10.09 SFIDUCIA AL COCER EI: L'OPINIONE DI LEONARDO BITTI e GIROLAMO FOTI con il COMMENTO di Ferdinando Chinè | ||
| 19.10.09 COIR C.C. VITTORIO VENETO. "COSA STA SUCCEDENDO ALLA RAPPRESENTANZA? | ||
| 19.10.09 SFIDUCIA DAL COIR COMFOTER AL COCER EI. LA NOTIZIA già PUBBLICATA DA ALTRI SITI RITENIAMO SIA IMPORTANTE da evidenziare in un momento in cui qualcuno fa i salti mortali e chiede la PROROGA. | ||
|
|
||
| 11.02.09 DDL 1886 Norme sulla tutela della libertà e della dignità dei lavoratori militari e sulla tutela e la rappresentanza degli interessi economici e normativi del personale militare | ||
|
06.05.09
RESOCONTO DELL'INCONTRO DEL 5 MAGGIO PRESSO LA CAMERA PER LA
PRESENTAZIONE SULLA RIFORMA DELLA RAPPRESENTANZA MILITARE.
Il DDL 1157 RIFORMA RAPPRESENTANZA MILITARE |
||
| 15.05.08 DDL 161, del Senatore Ramponi, presentato il 29 Aprile "08, riforma della Rappresentanza Militare | ||
| 29.04.08 PETIZIONE POPOLARE PER IL SINDACATO, SMD RISPONDE AD UN QUESITO "..COSTITUISCE, UNA MANIFESTAZIONE PUBBLICA DI PENSIERO, SU UN ARGOMENTO NON DI CARATTERE RISERVATO...". QUALCUNO AVEVA DEI DUBBI? | ||
|
Il Prof. Michel Martone, ordinario della cattedra di diritto del lavoro presso la Facoltà di giurisprudenza L.U.I.S.S. di Roma, nonché avv. del Foro di Roma, al recente Convegno della Guardia di Finanza ci ha deliziato di una dotta relazione sull'evoluzione del diritto sindacale nel Pubblico Impiego partendo dalle prime forme di associazionismo sindacale, risalente in epoca giolittiana, sino ai giorni nostri. La storia dei diritti nel PI può essere considerata una sorta di paradigma delle FF.PP e delle FF.AA. "Vedette insonni sul confine" è il titolo della relazione, emblematico ed evocativo, si ringrazia il Professore per la gentile concessione alla pubblicazione. ......CONTINUA Un ringraziamento all'amico Daniele Tisci, Delegato COCER GDF, per aver coordinato e reso disponibile la pubblicazione del predetto documento.
“Vedette insonni sul confine”: a proposito della sindacalizzazione del Corpo della Guardia di Finanza (Relazione al Convegno del 24 gennaio 2008)
1. Introduzione
“Vedette insonni sul confine”. E’ questo uno dei motti del Corpo della Guardia di Finanza e, al tempo stesso, l’epiteto dei suoi appartenenti, ben impresso nell’atrio dello splendido Palazzo che ne ospita il Comando Generale. Motto, questo, che rievoca la caratteristica struttura militare del Corpo; l’impostazione, culturale prima ancora che organizzativa, di stampo rigidamente e tradizionalmente gerarchico; la tensione, di ciascun suo appartenente, verso quel sacro dovere di difesa della patria imposto dalla Costituzione al cittadino, e di cui il Corpo è autorevole destinatario e, insieme, depositario. L’inserimento del Corpo della Guardia di Finanza nell’ordinamento delle Forze Armate è un dato storicamente acquisito, riconducibile alla necessità di funzionalizzare i servizi resi dai suoi appartenenti in direzione del richiamato sacro dovere di difesa della patria, così assimilando matrice ed operatività del Corpo a quelle dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri. Dall’ottica prospettica del giurista, l’ordinamento delle Forze Armate, al quale appartiene, e partecipa, il Corpo della Guardia di Finanza, “si informa allo spirito democratico della Repubblica” (art. 52, terzo comma, Cost.). Principio costituzionale che sollecita la riflessione del giurista sul rapporto tra un ordinamento, riconosciuto e valorizzato dalla nostra Carta Fondamentale, come quello militare, e l’ordinamento giuridico generale; e, di riflesso, quella sulla compatibilità tra un ordinamento, come quello militare, “forte” in dipendenza della “forza” della funzione assolta, ed altri ordinamenti, parimenti riconosciuti e valorizzati dal legislatore costituzionale[1]. Tra i quali, emblematicamente, quello c.d. “intersindacale”[2], ispirato dall’“undicesimo comandamento” della nostra Costituzione: l’art. 39[3]. Ordinamento che, fondato su un sistema di contrattazione collettiva, promanazione dell’autonomia negoziale delle parti sociali[4], esprime una maggior “leggerezza” tanto, e per ovvi motivi, rispetto all’ordinamento generale, quanto rispetto a quello militare, presidiato, e “appesantito”, dal riferimento costituzionale al sacro dovere di difesa della patria. In altri termini, obiettivo dell’intervento è quello di ipotizzare una adattabilità dell’ordinamento militare alle logiche, di organizzazione, ma, soprattutto, di azione, dell’ordinamento intersindacale, muovendo dai margini di “apertura” rinvenibili nella pronuncia della Corte Costituzionale n. 499 del 1999, ed utilizzando, come alimento della tesi possibilista, il paradigma del processo storico di sindacalizzazione del pubblico impiego e delle Forze di Polizia ad ordinamento civile.
2. La relazione fra ordinamenti e l’apertura della sentenza Corte Cost. n. 449 del 1999
La relazione tra ordinamento militare e intersindacale, la cui specialità è rispettivamente riconducibile agli artt. 52 e 39 Cost., è stata oggetto di un relativamente recente e molto importante intervento del giudice delle leggi, in occasione di una questione di costituzionalità sollevata con riferimento alla disposizione, di legge e di principio, che vieta la costituzione, in seno alle Forze Armate, di “associazioni sindacali di carattere professionale e l’adesione ad associazioni sindacali di categoria” (art. 8 l. 382/1978). Pur nel rigoroso approdo della pronuncia costituzionale, consistito nella piena conferma del divieto di associazione sindacale nell’ambito degli ordinamenti militari, la Consulta ha manifestato, forse involontariamente, una certa apertura ad una astratta conciliabilità tra ordinamenti speciali all’interno dell’unico, e comune, ordinamento generale. In particolare, la Corte ha affermato che il principio di libertà sindacale, su cui poggia l’ordinamento intersindacale (“Grundnorm” Kelseniana), deve cedere il passo quando la possibilità dell’azione collettiva (sciopero e contratto, ma anche cogestione e contropotere) è esclusa o limitata, in radice, dalle norme di legge dell’ordinamento militare. In quella stessa sede, la Corte ha altresì affermato la “inclusione” e la non “estraneità” dell’ordinamento militare nell’ordinamento statuale generale dello Stato[5]. Senonché, pur in presenza di premesse tanto “incoraggianti”, il giudice delle leggi ha escluso la possibilità di una sindacalizzazione, perché l’attività sindacale, nel particolare contesto, potrebbe risolversi in danno alla “coesione interna” e alla “neutralità” dell’ordinamento militare. Al fondo di quel pronunciamento di quasi dieci anni fa, si annida, dunque, non tanto e non solo, l’importanza del servizio in quanto tale, ma il suo essere destinato all’adempimento di un obbligo definito dalla Carta costituzionale addirittura “sacro” (art. 52 Cost.). Definizione, quest’ultima, che “una volta soltanto si ritrova nella nostra Carta fondamentale, per qualificare più fortemente, rispetto a tutti gli altri doveri, quello di difesa della patria, che contempla il dovere militare”[6], sicché l’affidamento del suo adempimento è rimesso ad una organizzazione totalizzante, quale, per antonomasia, quella militare[7]. Resta tuttavia che, nella stessa sentenza del 1999, si sottolinea che sia l’ordinamento militare sia quello sindacale si trovano, ciascuno nel proprio ambito, in quella relazione che Santi Romano definiva di “superiorità” sì, ma anche di “correlativa dipendenza” da un terzo ordinamento od istituzione che li sovrasta, li coordina e li assorbe: lo Stato[8]. In conclusione, la richiamata pronuncia costituzionale contiene un messaggio, recondito ma “progressista”, secondo cui nessun ordinamento, neppure quello militare, è definitivamente impermeabile alle logiche della evoluzione interna dell’ordinamento statuale, che a loro volta riflettono quelle della società. Sicché nulla vieta che un ordinamento, nato sotto l’egida di un presidio positivo e costituzionale, possa aderire alle dinamiche sociali, evolvendosi di conseguenza: ed infatti, alla lunga, e come sarà agevole dimostrare con gli esempi che seguono, l’evoluzione sociale prevale su ogni rigidità dogmatica.
3. L’esperienza del pubblico impiego: un significativo paradigma di sindacalizzazione “piena” di un ordinamento
Ciò chiarito, appare utile una descrizione delle vicende di un altro ordinamento, quello del pubblico impiego, a lungo ritenuto da autorevolissima dottrina del tutto avulso dalle logiche caratteristiche di un processo di privatizzazione[9]. Storicamente, il percorso di sindacalizzazione del pubblico impiego si è articolato in tre distinti momenti, concettuali e cronologici: riconoscimento dell’esistenza di organizzazioni sindacali; riconoscimento della loro capacità contrattuale; c) riconoscimento di un diritto di sciopero in favore dei lavoratori pubblici.
Le prime forme di associazionismo sindacale (o parasindacale) dei dipendenti pubblici risalgono all’età giolittiana, con l’esperienza della Confederazione degli impiegati e degli operai[10].
Le già timide forme di aggregazione “paleosindacale” pubblica, azzardate in età liberale, vennero definitivamente bandite con l’avvento del fascismo: in particolare, la legge n. 563 del 1926, nel delineare la struttura sindacale corporativa, si rivolgeva solamente alle imprese private e agli enti pubblici economici. Viceversa, la stessa legge escludeva l’applicazione di tale sistema alle associazioni di dipendenti pubblici, “per le quali sarà provveduto con separate disposizioni” (art. 11). Disposizioni, invero, mai successivamente emanate. Ancor più causticamente, il secondo comma dell’art. 11, comminando sanzioni disciplinari, anche espulsive, ai trasgressori, vietava le “associazioni sindacali di ufficiali, sottufficiali e di soldati del regio esercito, della regia marina e della regia aeronautica e degli altri corpi armati dello Stato, delle Province e dei Comuni, le associazioni di magistrati dell’ordine giudiziario e amministrativo, di professori di istituti d’istruzione superiore e media, di funzionari impiegati ed agenti dipendenti dai Ministeri dell’Interno, degli esteri e delle colonie”. Nell’ottica di consolidamento del sistema, l’art. 2068 Cod. Civ. ribadì il divieto di stipulazione dei contratti collettivi “riguardo a quei rapporti di lavoro per disposizioni di legge disciplinati con atti della pubblica autorità”. Infine, sul versante dello sciopero, alcune disposizioni penali ne incriminarono l’esercizio: gli artt. 330 e 333 Cod. Pen., in relazione al lavoro pubblico (in quanto “delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”); gli artt. 502-506, nell’ambito del lavoro privato (in quanto “delitti contro l’economia pubblica”). La Carta Costituzionale segna una discontinuità con il precedente regime, introducendo nuovi principi entro i quali si muove, ed oscilla, il dibattito sulla sindacalizzazione del pubblico impiego (e, di riflesso, ma con maggior lentezza, delle Forze Armate). In particolare, da un lato essa sancisce il principio del lavoro come fondamento della nostra Repubblica (art. 1); il principio del riconoscimento dei diritti dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2); il principio del riconoscimento del diritto al lavoro (art. 4); e, a coronamento di tutto ciò, il principio della libertà sindacale (art. 39) e del riconoscimento del diritto di sciopero (art. 40); dall’altro lato, il pubblico impiego è informato ai principi di sottoposizione del dipendente al servizio esclusivo della nazione (art. 98), nell’ambito di una struttura organizzativa governata dai principi di legalità, buon andamento e imparzialità dell’attività amministrativa (art. 97). Sulla base di tale contesto normativo e di principi, all’ordinamento intersindacale si sovrappone, in termini di apparente alterità, quello del pubblico impiego (e, al suo interno, in termini maggiormente radicali, quello dell’ordinamento militare: cfr. art. 52 Cost.). Pertanto, all’indomani dell’entrata in vigore della Carta Costituzionale, è più che mai aperto il dibattito sulla “sindacalità” del pubblico impiego, ed in particolare:
a) sull’estensione, e sugli eventuali limiti, della libertà di associazione sindacale di cui all’art. 39 Cost.;
b) sulla legittimità costituzionale, in rapporto all’art. 39 Cost., dell’art. 2068 Cod. Civ., che, come accennato, nega l’idoneità del contratto collettivo a regolare “i rapporti di lavoro …disciplinati con atti della pubblica autorità”;
c) sulla legittimità costituzionale, in rapporto all’art. 40 Cost., dell’art. 330 Cod. Pen., che incrimina l’“abbandono collettivo di pubblici uffici, impieghi, servizi o lavori”, nonché dell’art. 333 Cod. Pen., che sanziona penalmente l’“abbandono individuale di un pubblico ufficio, servizio o lavoro”.
Dopo alcuni (frustrati) tentativi di attuazione dell’art. 39 Cost., con i relativi riflessi anche in materia di pubblico impiego[11], l’acceso dibattito sulla potenzialità sindacale del settore si sposta dal diritto positivo all’opera di dottrina e giurisprudenza costituzionale, che, per almeno un trentennio dall’entrata in vigore della Costituzione, determinano un rallentamento, se non una paralisi, del processo di sindacalizzazione. In particolare, la dottrina resta intimamente consapevole della “particolare importanza che lo svolgimento ininterrotto e pacifico, e al di fuori delle lotte sindacali, delle attività dei pubblici dipendenti possa assumere per la vita nazionale”[12]; dal canto suo, la giurisprudenza si attesta su un’interpretazione rigorosamente statalista dell’art. 97 Cost., secondo la quale la riserva di legge non coprirebbe solamente l’organizzazione amministrativa, ma anche il rapporto di impiego (c.d. interpretazione “panpubblicistica”)[13]. Corollario di tali rigide impostazioni è l’inconcepibilità della contrattazione collettiva come fonte di produzione normativa, con la conseguenza che la residua operatività delle associazioni sindacali nel settore pubblico si riduce, per anni, ad una mera attività di generica pressione nei confronti del Parlamento, titolare esclusivo della potestà normativa sui rapporti di lavoro pubblico. Parallelamente, sul versante del riconoscimento di un diritto di sciopero, per almeno un ventennio dottrina e giurisprudenza rimangono fedeli alla teoria del conflitto di interessi: secondo tale impostazione, l’illegittimità (ancora penalmente rilevante) dello sciopero dei pubblici dipendenti deriverebbe dal fatto che, poiché il lavoro pubblico persegue l’interesse generale (e, di riflesso, anche quello dello stesso lavoratore), l’astensione dal lavoro pubblico costituirebbe, per il singolo lavoratore, uno sciopero contro se stesso. Tuttavia, in direzione di un’apertura all’applicazione dell’art. 40 Cost. nell’ambito del pubblico impiego, si segnalano due rilevanti pronunce della Corte Costituzionale. Con una prima, il giudice delle leggi esclude la rilevanza penale dell’abbandono individuale del servizio pubblico (art. 333 Cod. Pen.) allorché “costituisca semplice partecipazione allo sciopero, se e in quanto esso possa essere considerato legittimo”[14]; con una seconda, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 330 Cod. Pen. (abbandono collettivo) “limitatamente … allo sciopero economico che non compromette funzioni o servizi pubblici essenziali, aventi carattere di preminente interesse generale”[15]. In ogni caso, entrambe esprimono, per la prima volta, il principio secondo cui l’esigenza di realizzare le finalità ricollegabili all’erogazione di servizi di preminente interesse generale non richiede sempre e comunque l’esclusione del diritto di sciopero, essendone sufficiente l’esercizio in misura tale da consentire l’erogazione di un minimo di prestazioni. Tornando al versante della contrattazione collettiva, nel corso degli anni Settanta la dottrina tenta un superamento dell’impostazione “panpubblicistica”, attraverso l’opera di Massimo Severo Giannini[16] e di Andrea Orsi Battaglini[17]. Secondo Giannini, la riserva di legge di cui all’art. 97 Cost. coprirebbe solamente l’organizzazione amministrativa, e non anche il rapporto di servizio: invero, tale rapporto sarebbe identico per tutti i dipendenti, pubblici e privati, con la sola precisazione che “alcuni dipendenti pubblici aggiungono al rapporto di servizio un rapporto d’ufficio, quando divengono titolari di un organo dello Stato”; di conseguenza, sarebbe “necessario conservare come rapporto di diritto pubblico solo quello di coloro ai quali l’esercizio delle potestà pubbliche è affidato o affidabile, cioè i dirigenti”[18]. Secondo Orsi Battaglini, dalla riserva di legge di cui all’art. 97 Cost. non discende una riserva di atto unilaterale pubblicistico: in altri termini, l’affermazione dell’autorganizzazione della P.A. non implica che l’attività regolamentare unilaterale costituisca l’unico modo di manifestarsi della volontà pubblica in ogni rapporto giuridico; di conseguenza, esiste la possibilità di introdurre strumenti negoziali di regolazione nelle materie oggetto della riserva di legge[19]. Il legislatore tenta di allinearsi a queste voci dottrinali con la legge n. 93 del 1983 (c.d. “legge-quadro” sul pubblico impiego), che costituisce un tentativo ambizioso (ma fallito) di realizzare, dal punto di vista del diritto positivo, la caldeggiata osmosi tra diritto sindacale e pubblico impiego. In particolare, essa contempla una forma di contrattazione collettiva svuotata del suo significato originario di autonomo incontro negoziale delle parti sociali, per ridursi a fonte primaria concorrente del rapporto di pubblico impiego, sottoposta al vaglio delle istituzioni statali. Ed infatti, gli accordi (intercompartimentali, di comparto e decentrati) hanno efficacia subordinatamente al previo recepimento del loro contenuto in un atto normativo (D.P.R.). Tale negoziazione ha campo di azione limitato e predeterminato[20]; inoltre, la stessa struttura verticale dei livelli contrattuali, e quella orizzontale dei comparti, vengono eteronomamente definite. E, per questo, anche questo disegno di sindacalizzazione fallisce. Il processo viene portato a definitivo compimento solo nel corso degli anni Novanta, allorché il legislatore agisce nella duplice direzione della privatizzazione del rapporto, che apre la strada all’affermazione, anche nel pubblico impiego, della contrattazione collettiva intesa in termini privatistici, e del riconoscimento del diritto di sciopero, seppur entro determinati limiti, anche nei servizi pubblici essenziali. In particolare, sotto il primo profilo, le tappe della riforma sono: la legge n. 421 del 1992 e i conseguenti d. lgs. n. 29 del 1993 e d. lgs. n. 470 del 1993; la legge n. 59 del 1997 e i conseguenti d. lgs. n. 396 del 1997 e d. lgs. n. 80 del 1998; da ultimo, il d. lgs. n. 165 del 2001, costituente il Testo Unico del pubblico impiego.
Tale riforma consiste essenzialmente:
a) nell’estensione della contrattazione collettiva a “tutte le materie attinenti il rapporto di lavoro e le relazioni sindacali”;
b) nella determinazione di un doppio livello di contrattazione (contratti collettivi nazionali di comparto e contratti integrativi);
c) nell’istituzione dell’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale (ARAN), quale controparte contrattuale nazionale delle associazioni sindacali maggiormente rappresentative;
d) nella disciplina del procedimento di approvazione del contratto collettivo.
Infine, sul versante del riconoscimento del diritto di sciopero, viene emanata la legge n. 146 del 1990 (unica attuazione positiva dell’art. 40 Cost.) la quale, nel regolare lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, espunge definitivamente dall’ordinamento positivo gli artt. 330 e 333 Cod. Pen. (art. 11).
4. L’esperienza delle Forze di Polizia ad ordinamento civile: una forma di sindacalizzazione “parziale”
Nel solco dell’esperienza della sindacalizzazione (piena) del pubblico impiego, si inserisce quella della sindacalizzazione (parziale) delle Forze di Polizia ad ordinamento civile; parziale, in quanto la legge n. 121 del 1981 introduce delle limitazioni alla libertà sindacale. In particolare, la normativa riconosce agli appartenenti alla Polizia di Stato il “diritto di associarsi in sindacati”; tuttavia, l’organizzazione sindacale è monocategoriale, nel senso che essi “non possono iscriversi a sindacati diversi da quelli del personale di polizia, né assumere la rappresentanza di altri lavoratori” (art. 82). Peraltro, l’attività sindacale viene esercitata “senza interferire nella direzione dei servizi o nei compiti operativi”: essa viene assicurata dal riconoscimento di aspettative per motivi sindacali (artt. 88-91), e di spazi e locali per il suo svolgimento (art. 92). Quanto agli accordi sindacali, essi sono stipulati tra una delegazione composta dal Ministro per la Funzione Pubblica, dal Ministro dell’Interno e dal Ministro del Tesoro, e da una “delegazione composta da rappresentanti dei sindacati di polizia maggiormente rappresentativi su scala nazionale” (art. 95), ed hanno ad oggetto le seguenti materie (art. 3 d. lgs. n. 195 del 1995):
a) trattamento economico fondamentale e accessorio; b) durata massima dell’orario contrattuale; c) congedo ordinario e straordinario; d) aspettativa per motivi di salute e di famiglia; e) permessi brevi per esigenze personali; f) aspettative sindacali e permessi sindacali retribuiti; g) trattamento economico di missione e di trasferimento; h) criteri di massima per formazione e aggiornamento professionale; i) contrattazione decentrata, di livello centrale o periferico.
Infine, sul versante dello sciopero, se ne ribadisce l’illegittimità, al pari di “azioni sostitutive di esso che, effettuate durante il servizio, possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o le attività di polizia giudiziaria” (art. 84). Infine, è intervenuto il già citato d. lgs. n. 195 del 1995, nel tentativo di armonizzare oggetto e procedura di contrattazione “collettiva” tra ordinamenti civili e militari. Nel complesso, pur nella sua riferita parzialità, l’esperienza della sindacalizzazione nell’ambito delle Forze di Polizia ad ordinamento civile ha portato i suoi frutti: in particolare, nell’arco di oltre venticinque anni, si è riscontrata una significativa deflazione del contenzioso amministrativo, non a caso senza pari nell’ambito dell’ordinamento militare (ove è mancato un tale percorso di sindacalizzazione).
5. La rappresentanza militare e la sindacalizzazione “monca”
Al percorso evolutivo appena descritto, è rimasto estraneo l’ordinamento delle Forze Armate (Esercito, Marina ed Aeronautica) e delle Forze di Polizia ad ordinamento militare (Arma dei Carabinieri e Corpo della Guardia di Finanza), e ciò anche perché, come evidenziato, la Corte Costituzionale ha “salvato” la costituzionalità dell’art. 8 della legge n. 372 del 1978 (sent. n. 449 del 1999). Eppure, a ben vedere, la resistenza ad una autentica sindacalizzazione dell’ordinamento delle Forze Armate presenta significative analogie con la resistenza, dottrinale e giurisprudenziale, evidenziata con riferimento all’ordinamento del pubblico impiego. Inoltre, gli effetti benefici prodotti dalla sindacalizzazione piena nel pubblico impiego, nonché da quella parziale e graduale nelle Forze di Polizia ad ordinamento civile, sono di palmare evidenza. Ciononostante, la legge ha istituito[21], ed il giudice delle leggi ha consolidato[22], un sistema sindacale “monco”, che, ad una lettura critica, lungi dal proporsi come stato di avanzamento embrionale del fenomeno sindacale, è di quello stesso fenomeno la radicale negazione. Invero, la disciplina introdotta sul finire degli anni Settanta, e per una fatale combinazione contemporanea alla sindacalizzazione “positiva” delle affini Forze di Polizia ad ordinamento civile, appare più rivolta ad evitare l’introduzione di un “contropotere” proveniente dal basso, o che costituisca un centro di potere di cogestione, piuttosto che ad accogliere le istanze degli interessati. Manca, anzitutto, un soggetto autenticamente sindacale, giacché il Co.Ce.R. (Consiglio Centrale di Rappresentanza), il Co.I.R. (Consiglio Intermedio di Rappresentanza), ed il Co.Ba.R. (Consiglio di Base di Rappresentanza), sono organi dell’Amministrazione, direttamente “istituiti” da una legge dello Stato. Non solo: i singoli rappresentanti percepiscono, in occasione di ogni riunione “sindacale”, i compensi previsti dal d.p.r. n. 5 del 1956[23], tanto da evocare lo spettro di un “sindacato giallo”.
La funzione della rappresentanza militare si riduce ad essere quella di “esprimere pareri, formulare richieste, avanzare proposte, formulando istanze di carattere collettivo” al fine di contribuire a “mantenere elevate le condizioni morali e materiali del personale militare nel superiore interesse dell’Istituzione” (art. 1 d.p.r. 691 del 1979). Sul versante della negoziazione, la procedura cui partecipa la rappresentanza militare è accomunata alla procedura di approvazione dei contratti collettivi delle Forze di Polizia a ordinamento civile solo sotto il profilo della mera sequenza formale di atti, e della ratifica finale con d.p.r. (art. 2 d. lgs. n. 195 del 1995). Viceversa, dal punto di vista sostanziale, essa è un copia sbiadita della contrattazione collettiva autenticamente considerata: ed infatti, l’eventuale mancanza di accordo tra la parte datoriale e la rappresentanza militare determina la sostituzione, all’accordo bilaterale, di un atto unilaterale dei Comandanti Generali o del Capo di Stato Maggiore.
Le materie oggetto di negoziazione sono esclusivamente (art. 4 d. lgs. n. 195 del 1995):
trattamento economico fondamentale e accessorio; trattamento di fine rapporto e forme pensionistiche complementari; durata massima dell’orario di lavoro settimanale; licenze e permessi brevi per esigenze personali; aspettativa per motivi privati e per infermità; trattamento economico di missione, di trasferimento e di lavoro straordinario; criteri di massima per l’aggiornamento professionale; istituzione dei fondi integrativi del Servizio Sanitario nazionale. E’ assai significativo rilevare che in nessun caso la rappresentanza militare può occuparsi delle materie inerenti l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale. In altri termini, viene sottratto al confronto sindacale il cuore delle istituzioni militaresche, con tutte le conseguenze pratiche che ne discendono. E così, a mero titolo esemplificativo, viene sottratta alla cogestione sindacale l’intera disciplina dei trasferimenti, con riguardo alla quale continua ad applicarsi l’imposizione gerarchica unilaterale rispondente a “superiori” finalità logistico-operative. Ancor più eloquente è, poi, il caso delle sanzioni disciplinari. Emanazione tipica del potere gerarchico già nel lavoro privato, tale istituto trova la sua completa realizzazione nell’apparato gerarchico militaresco, laddove opera con un’asprezza indicativa della mancanza di confronto sindacale sul punto. Al riguardo, l’art. 13 della legge n. 382 del 1978 è fulgido esempio dello spirito coercitivo che anima il rapporto di impiego alle dipendenze degli ordinamenti militari, laddove annovera, tra le sanzioni disciplinari “di Corpo” predeterminate per legge, la consegna e la consegna di rigore. Sanzioni che, com’è evidente, integrano veri e propri provvedimenti privativi, per quanto temporaneamente, della libertà personale. Tanto che, al riguardo, si sono levate voci che hanno adombrato una illegittimità costituzionale in relazione agli artt. 13 e 16 Cost. Peraltro, il diritto di difesa del militare affievolisce ulteriormente con l’art. 16 della legge n. 382 del 1978, ai sensi del quale “avverso le sanzioni disciplinari di Corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o ricorso straordinario al presidente della Repubblica se prima non è stato esperito ricorso gerarchico”. Ed è di tutta evidenza che tali limitazioni dei diritti dei lavoratori, per quanto funzionali al servizio dell’ordinamento militare, non si sarebbero potute concepire in presenza di autentiche forme di cogestione in sede sindacale. Da ultimo, quasi pleonastico specificare che non v’è traccia di un riconoscimento di forme di lotta “parasindacale”, né tale riconoscimento, del resto, per quanto rappresenti il completamento naturale della sindacalizzazione, appare costituire una priorità.
6. Considerazioni conclusive
E’ stata ampiamente acclarata, oltre che storicamente dimostrata, l’utilità del sistema di relazioni sindacali nell’ambito del rapporto di lavoro pubblico, e gli effetti benefici che ha avuto la (pur parziale e graduale) sindacalizzazione delle Forze di Polizia ad ordinamento civile. Non a caso, e per motivi intuitivi, i dati sul contenzioso evidenziano una vertenzialità della categoria assai accentuata rispetto ai settori già investiti da un processo di (piena o parziale) sindacalizzazione; inoltre, l’esperienza di alcuni paesi europei (Belgio, Germania, la stessa Spagna), insegna che il riconoscimento di una autentica dimensione sindacale non è andato a detrimento dell’efficienza lavorativa. Da ultimo, numerose ricerche sociologiche tendono a dimostrare come, in un’organizzazione di lavoro, la rappresentanza delle istanze degli organizzati non è mai di per sé causa di disservizio, ed anzi può divenire fattore di miglioramento di quello stesso servizio. Prendendo spunto dalle superiori considerazioni, sono intervenute, anche di recente, numerose proposte volte a realizzare una riforma della rappresentanza militare, volta ad avvicinare quest’ultima al paradigma del settore confinante delle Forze di Polizia ad ordinamento civile. Tra di essi, alcuni progetti individuano nel processo di smilitarizzazione del Corpo della Guardia di Finanza lo strumento attraverso il quale quest’ultimo possa conseguire la sua sindacalizzazione[24], sulla scia di quanto statuito dalla stessa pronuncia costituzionale n. 449 del 1999 (cfr. disegni di legge n. 3309 del 18 dicembre 2007; n. 2846 del 28 giugno 2007). Non appare questa la sede per affrontare la complessa tematica della residua attualità della componente militaresca del Corpo; basti rilevare, al riguardo, che tale componente risale ad un contesto sociale nel quale la militarizzazione appariva una scelta politica coerente al sistema, oltre che rispondente a ben precise contingenze storiche. Piuttosto, in questa sede, appare opportuno valutare la astratta compatibilità tra ordinamento militare (che, fino a prova contraria, è un dato di fatto) e ordinamento intersindacale[25]. A tal fine, giova richiamare le originarie considerazioni, in ordine alla comune appartenenza dell’ordinamento sindacale e di quello militare all’unico e comune ordinamento statuale. Considerazioni fatte proprie dalla Consulta con la più volte citata sentenza del 1999, la quale lascia spiragli per una astratta compatibilità tra i due ordinamenti speciali (militare ed intersindacale) nell’ambito dell’unico, e comune, ordinamento dello Stato. Pertanto, nulla esclude che un processo di sindacalizzazione possa compiutamente realizzarsi anche nell’ambito del Corpo della Guardia di Finanza, senza che sia di ostacolo a tale aspirazione la matrice militare dell’ordinamento, purché sia mantenuta ferma la distinzione di status tra militare e cittadino, ed anzi assicurando, proprio in tal modo, il riconoscimento di una più compiuta cittadinanza. Tale differenza di status è imposta dalla specialità della funzione e del servizio militare, nonché dal “sacrale” presidio costituzionale dell’art. 52, e, come tale, essa giustifica, se non impone, limitazioni, ma non assolute preclusioni, alla componente sindacale. Pertanto, senza scomodare il lungo e riuscito processo di sindacalizzazione “piena” del pubblico impiego, si potrebbe ipotizzare di intraprendere la virtuosa “via mediana” del riconoscimento delle facoltà autentiche e tipiche del sistema sindacale, senza in alcun modo compromettere la funzionalità del Corpo, né indebolire il presidio dell’art. 52 Cost.. Tracciando, di conseguenza, un percorso analogo a quello meritoriamente, e fruttuosamente, intrapreso dalle Forze di Polizia ad ordinamento civile, con la medesima gradualità nei tempi, e parzialità nei contenuti. Percorso che, tuttavia, può essere altrettanto fruttuosamente perseguito nell’ambito delle Forze di Polizia ad ordinamento militare, solo se e in quanto l’organizzazione militare, ed in fondo il personale militare di ogni ordine e grado, realizzi almeno due condizioni:
a) una prima, consistente nella disponibilità degli appartenenti al Corpo, ad affrontare, parallelamente agli innegabili vantaggi legati ad un processo di autentica (benché graduale e parziale) sindacalizzazione, anche i relativi oneri, ad esempio in termini di autofinanziamento[26];
b) una seconda, più generale, consistente nell’aver “sviluppato gli anticorpi”, dal punto di vista della mentalità, per un graduale (e parziale) riconoscimento di diritti sindacali o di rappresentanza, che non sia puro e semplice rivendicazionismo.
Ciò anche perché, soprattutto in questo delicato momento storico, il Paese ha quanto mai bisogno di “vedette insonni” lungo il fragile confine che separa la legalità dall’illegalità.
[1] La tematica della relazione tra ordinamenti è stata autorevolmente affrontata, in dottrina, da SANTI ROMANO, “L’ordinamento giuridico”, Firenze, 1966 e G. GIUGNI, “Introduzione allo studio dell’autonomia privata collettiva”, Milano, 1960 Per ulteriori approfondimenti in proposito si rinvia a M. MARTONE, “Governo dell’economia e azione sindacale”, nel Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, a cura di GALGANO, XLII, Padova, 2006 [2] La teoria dell’ordinamento intersindacale risale all’opera di Gino Giugni e si ritrova, in particolare, nell’“Introduzione allo studio dell’autonomia privata collettiva”, Milano, 1960 [3] GHEZZI-ROMAGNOLI, “Il diritto sindacale”, Bologna, 1997 [4] M. MARTONE, “Governo dell’economia e azione sindacale”, nel Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, a cura di GALGANO, XLII, Padova, 2006
[5] Come, del resto, è sempre stato per SANTI ROMANO, con riferimento a tutti gli ordinamenti: “L’ordinamento giuridico”, Firenze, 1966 [6] C. Cost., n. 16 del 1973 [7] DELL’OLIO, L’organizzazione e l’azione sindacale, Padova, 1980 [8] SANTI ROMANO, La teoria dei diritti pubblici subiettivi, in Primo trattato completo di Diritto amministrativo italiano, diretto da V.E. Orlando, I, Milano, 1900, 118 ss., 145 ss.
[9] L. FERRI, “L’autonomia privata”, Milano, 1959 [10] Questi embrionali tentativi di aggregazione si scontrarono con il rigido dettato del T.U. 22 novembre 1908, n. 693, prima sistemazione organica dello stato giuridico degli impiegati civili dello Stato, ed in particolare con l’art. 51, lett. g), il quale comminava sanzioni disciplinari in presenza di “qualunque manifestazione collettiva che miri a fare illegittima pressione sull’azione dei superiori o a diminuirne l’autorità”.
[11] Si segnalano, al riguardo, il disegno di legge Rubinacci, del 1951, ed il disegno di legge Pella, dell’anno successivo, con i quali si sancisce la libertà di associazione sindacale nel pubblico impiego, finalizzata alla “tutela degli interessi individuali e collettivi compatibili con la natura del rapporto di impiego pubblico”, tacendo sul riconoscimento di una capacità negoziale di tali associazioni, e sulla legittimità dello sciopero, che, in mancanza di espressa abrogazione degli artt. 330 e 333 Cod. Pen., “si risolverebbe inevitabilmente in una opposizione alla legge” (cfr. relazione al disegno di legge Pella). [12] ESPOSITO, “Lo Stato e i sindacati”, in La Costituzione italiana. Saggi, Padova, 1954, p. 175 [13] Ex multis, C. Cost. n. 124 del 1968 [14] C. Cost. n. 46 del 1958 [15] C. Cost. n. 31 del 1969 [16] M.S. GIANNINI, “Impiego pubblico (teoria e storia)”, in Enciclopedia del Diritto [17] A. ORSI BATTAGLINI, “Fonti normative e regime giuridico del rapporto d’impiego con enti pubblici”, in Diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali, 1993, 461 e ss. [18] M.S. GIANNINI, “Rapporto sui principali problemi dell’Amministrazione dello Stato”, in Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, 1982, 738 [19] A. ORSI BATTAGLINI, “Fonti”, cit. [20] Ai sensi dell’art. 3, la “negoziazione” può vertere tassativamente sulle sole seguenti materie: regime retributivo; criteri per l’organizzazione del lavoro; identificazione delle qualifiche funzionali; orario di lavoro; procedure di attuazione delle garanzie del personale; criteri di mobilità del personale [21] Con la legge n. 382 del 1978, e, in via attuativa, con il d.p.r. n. 691 del 1979 [22] Con la già citata sentenza n. 449 del 1999 [23] Recante “compensi ai componenti delle Commissioni, Consigli, Comitati o Collegi operanti nelle Amministrazioni statali, anche con ordinamento autonomo e delle Commissioni giudicatrici dei concorsi di ammissione e di promozione nelle carriere statali” [24] Cfr. disegni di legge n. 3309 del 18 dicembre 2007 e n. 2846 del 28 giugno 2007. essi si pongono in piena coerenza con quanto già previsto dalla Corte Costituzionale nella più volte citata sentenza n. 449 del 1999 [25] Ed è la linea seguita dal disegno di legge n. 1821 del 2007 [26] In tal senso, cfr. art. 2, comma 5, del disegno di legge n. 1821 del 2007
|
||
|
|
||
|
Ai componenti il Coordinamento Sicurezza e Legalità Ai COCER - COIR - COBAR
Oggetto: sospensione raccolta firme su Petizione Popolare per il Sindacato per i militari
Carissimi/e, lo scioglimento delle Camere, come certamente sapete, fa decadere tutti i Progetti di Legge in discussione nei due rami del Parlamento, che dovranno perciò essere presentati di nuovo nella prossima legislatura. La stessa sorte tocca anche al DL 1821 in discussione presso la Commissione Difesa del Senato, con argomento il Sindacato per i militari. Di conseguenza anche la Petizione Popolare a sostegno del Progetto di Legge perde ogni suo valore ed è opportuno purtroppo sospendere la raccolta delle firme, per non fare un lavoro inutile. Infatti nella prossima legislatura si dovrà riprendere dall'inizio tutta la battaglia in corso per la presentazione di un Progetto di Legge simile. Sappiamo, con grande soddisfazione, che il lavoro non è andato sprecato, perché la sensibilizzazione del mondo militare e della coscienza civile e politica sul tema dei diritti e del sindacato per i militari è stato utile, infatti oggi rileviamo che il consenso su questi temi si è fortemente allargato, se è vero che la maggioranza della rappresentanza militare in carica è d'accordo e sostiene i contenuti del DL 1821. Oggi è necessario, proseguire il lavoro in tutti i territori, per una sensibilizzazione dei partiti e dei candidati in lizza, sui temi oggetto della Petizione Popolare . Cordiali saluti a tutti
Il Resp.le Ufficio Sicurezza e Legalità CGIL Marcello Tocco
|
||
|
PETIZIONE POPOLARE PER IL SOSTEGNO DEL DISEGNO DI LEGGE PER IL SINDACATO ALLE FF.AA 21.01.08 Sicurezza e Legalità Oggetto: raccolta firme a sostegno della Petizione popolare per il Sindacato per i militari come certamente ricorderete, la Confederazione ha lanciato nei mesi scorsi un appello per la raccolta di firme a sostegno di una Petizione Popolare da inviare ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica a favore del Disegno di legge per la istituzione del Sindacato per i Militari. Poichè l'iter parlamentare, in Senato, del Disegno di Legge, è stato rallentato dalle vicende della Finanziaria e dagli altri impegni parlamentari, la data prevista per il 15 gennaio, per la consegna delle firme, viene spostata al 15 marzo. Perciò prego tutte le strutture di proseguire con la raccolta delle firme, vi accludo ancora una volta i moduli per la raccolta e vi ricordo che essi vanno inviati all'indirizzo seguente: TOCCO MARCELLO Resp. Ufficio Sicurezza e Legalità CGIL Corso d'Italia, 25 00198 ROMA Cordiali saluti Ill Resp.le Ufficio Sicurezza e Legalità CGIL Marcello Tocco
|
||
|
L'uomo e' antico, la realtà spesso supera l'immaginazione (politica)
L’uomo è antico, scriveva un filosofo, significando come la realtà spesso e volentieri supera l’immaginazione. Macchiavelli asseriva che dove non si prevede non si provvede, la capacità di immaginare era una caratteristica necessaria per un Principe illuminato che dovendo gestire con autorevolezza il suo regno doveva saper cogliere i vari sintomi, fare una sintesi e con responsabilità prendere una decisione. La decisione politica proprio per la sua natura “anticipatrice di prevedere un fenomeno, in un primo momento potrebbe non essere compresa, spesso è soggetta a critiche. Solo a distanza di tempo si percepisce la bontà del provvedimento. A volte addirittura neanche si coglie, in quanto il “sintomo”, curato in via preventiva, non ha dato luogo alla malattia e quindi il perché di quella decisione non si capirà mai. Ciò premesso, le norme a questo compito si devono adattare, a chi tocca scriverle con questa predisposizione mentale è tenuto ad orientarsi. A far da sponda, si dice che la giustezza della legge si ritrova nella longevità della stessa. E quando non è così? In questi ultimi anni ho avuto l’impressione che questi concetti si sono letteralmente persi. Si è proceduto con la tecnica della FRANKESTEIN-MAINIA, ovvero, innestando, copiando e incollando su leggi preesistenti, per rattoppare, correre ai ripari, buttando la polvere sotto il tappeto. E’ il caso del Riordino delle Carriere o Riforma della Rappresentanza, grazie al sistema del “tagli e cuci” abbiamo un vestito pieno di toppe e malandato. Mentre il “Parlamento”, “Governo” è andato avanti per conto suo, il popolo vive una propria realtà, anticipando e coprendo quel vuoto che la politica non è riuscita a dare. Per comprendere questa distanza tra la realtà della vita quotidiana e la rappresentazione, interpretazione della stessa si possono prendere tanti esempi, è il caso delle mode suburbane che quando diventano film e invadono il mondo sono già superate. Oppure quando iniziarono i processi per “Tangentopoli”, politica e mass-media sembravano tutti meravigliati, quando in realtà quello era un sistema radicato che tutto il mondo reale conosceva. Vale lo stesso discorso con “Calciopoli”, “Vallettopoli”, “Parmalat” e chi più ne a più ne metta. Nessuno si è preoccupato di prevenire, qualcuno ha cercato far passare l’idea che un fulmine a ciel sereno avesse guastato un giornata balneare estiva. Una nota pubblicità di un dentifricio ci ha insegnato che “prevenire è meglio che curare”. Mi sforzo in questo triste ragionamento dopo la lettura dell’ennesima bozza di Riforma della R.M. presentata dal Comitato ristretto di Camera e Senato. Una sorta di accordo bypartisan che più antico dalla L.382 del “78, parafrasando, la montagna ha partorito il topolino. E’ molto più antica quest’ultima proposta, specie se si tiene conto del contesto di allora e di quello di oggi. Ieri era il tempo dei “blocchi contrapposti”, del muro di Berlino, del “sistema proporzionale” e della “Prima Repubblica”, oggi tutto ciò appare dell’altro secolo. Lasciamo stare la pre-condizione per cui un “Sistema di tutela” deve avere, ovvero AUTONOMIA e INDIPENDENZA dall’Amministrazione, altrimenti si tratta di un “Sindacato Giallo”, voglio soffermarmi nell’articolato e nei “principi” che inserisce o modifica la vecchia legge 382/78. Cominciamo con l’inserimento di tre nuove Categorie[1] (Art. 2), in linea di massima ogni volta che il coinvolgimento si allarga è positivo, ricordiamo che “libertà è partecipazione”, però qui puzza di “populismo.e poca concretezza”. Due delle tre Categorie sono “Precari”, i più ricattabili in assoluto. Viceversa quella dei Sergenti, prossima ad un Riordino sarà assorbita in quella dei Volontari o confluirà con i Marescialli. Due sono le cose, o il Riordino non si farà più, oppure fra poco tempo andrà cambiata nuovamente la legge. L’aumento di Delegati al Cobar/Coir/Cocer è un palese controsenso con quanto avviene nel mondo circostante. La gente si accalca per firmare referendum per ridurre le “Caste”, i Parlamentari, le Province mentre noi dovremmo andare verso un allargamento dei Rappresentanti. Ma non si tratta solo del “popolo” che grida riduciamo, le ridondanze, la stessa Confindustria, fa eco alla società civile. Questo inserimento va in direzione opposta, uno/due delegati per categoria moltiplicato per cinque Sezioni abbiamo un aumento all’Interforze tra le 15 e 30 unità, (un totale tra 78 e 93 delegati Cocer Interforze) se a ciò si aggiunge che cambiando il numero complessivo della Sezione va ristabilito il rapporto proporzionale tra le Categorie già preesistenti, è facilmente prevedibile un ulteriore aumento dei Delegati. Giusto per fare un esempio in casa, in AM, attualmente siamo otto coceristi, 2 Cat. “A”, 4 Cat.“B” e 2 Cat.”C”. Siccome una Categoria non può detenere più del 50% dell’intero Consiglio siamo limitati a solo 4 Delegati, aggiungendo 3 unità, si stabilisce un nuovo rapporto è quindi necessario aumentare di un Delegato nel ruolo Marescialli. Almeno si fosse detto nel DDL che, a fronte delle nuove categorie inserite, quelle attuali dovranno essere riviste nelle rispettive consistenze, avrebbe avuto un senso, così è troppo semplice! Ovviamente, dire che si riducono ora le unità di Delegati COCER, sarebbe un insuccesso annunciato, poiché, anche coloro che sono contro il Sindacato si sentirebbero in esubero rispetto al DDL. Pazienza non preoccuparsi dell’esubero di M.lli/Uff.li, ma, di quello diretto dei COCER sicuramente non passerebbe inosservato. Figuriamoci, alcuni sostenitori del DDL si sono affrettati di chiedere piccoli cambiamenti come il mandato a cinque anni e la rieleggibilità illimitata, altro che ridurre se stessi!? Se proseguiamo con la lettura della pappardella pro-rappresentanza, oltre a ripetersi un linguaggio demodè, i “Consigli di Base” ricordano i “consigli di fabbrica” mentre i “Consigli Intermedi” fanno pensare ad un “Grado”, come se si ripetesse la grande suddivisione gerarchica Ufficiali, Sottufficiali e Truppa. E’ DEMODE’ e superata questa concezione! Mantenere i COIR è come voler mantenere le Province, non ha senso! Qualcuno ha idea di quale lavoro svolge il COIR? Ha idea quali Delibere vengono prodotte? Qualcuno si è preoccupato di fare delle statistiche e valutare il tipo di attività? Sono le stesse Delibere elaborate dal Cobar da inviare al COCER! Che bisogno c’è di un passaggio intermedio, per quale motivo i COBAR non possono inviarle direttamente al COCER? E’ TALMENTE VETUSTO il meccanismo che le problematiche, ancor prima della trattazione dei COBAR, COIR, COCER le questioni vengono fatte proprie dai parlamentari stessi con Atti di Sindacato Ispettivo. Oppure attraverso Ricorsi Amministrativi arrivano sospensive e sentenze prima delle risposte alle Delibere. Grazie a Dio, la distanza tra cittadino e istituzioni, almeno tecnicamente, è di gran lunga ridotta sia in senso ascendente che discendente. Attraverso internet è possibile conoscere, minuto per minuto, l’attività parlamentare e l’impegno che ogni onorevole profonde. Non si tratta solo di flusso informativo e trasparenza amministrativa è che la stragrande maggioranza delle richieste dei Coir volte, all’autorità Gerarchica intermedia, vengono poi rimandate all’autorità ultima, al Capo di Forza Armata. Il COIR con la “Funzione” di “Ponte informativo”, tra la base dei Delegati e il Cocer NON HA SENSO, i Delegati Cobar devono dialogare direttamente con il VERTICE sia esso COCER che Comandante dell’alto Comando Operativo, a prescindere da qualsiasi organo mediatore che può o non può ritenere la problematica degna di trattazione. Il Cobar non sono dei “Minus sapiens” da tenere per mano o sott’occhio. Caso mai sono i COCER CHE DEVONO ESSERE TENUTI SOTTO CONTROLLO da chi gli ha attribuito una Delega. Solo invertendo e compensando le competenze possiamo essere sicuri che la delega data al COCER non è in bianco e sine die, ma soggetta a verifica. Solo facendo questa rivoluzione copernicana potrebbero rientrare i COIR, come garanti della delega data ai COCER e ricevuta dalla base. I COIR potrebbero sfiduciare i COCER, poiché sono l’anello di congiunzione tra ciò che chiede la base e ciò che fa il COCER. Il COIR è l’elemento fisso su cui si scelgono i Delegati COCER, se alcuni di essi ricevono vantaggi (trasferimenti, avanzamenti, ecc.) o procedono in modo poco trasparente devono poter essere sostituiti. il COIR rappresenta la maggioranza che definisce “l’esecutivo” che rappresenta tutti al massimo livello. Deleghe tradite il giorno dopo l’elezione al COCER è vizio noto a cui il DDL sembra non preoccuparsi. Un’altra logica d’altri tempi che si ripete è quella che le Funzioni sono le stesse con una differenza di importanza. Tutti si occupano di tutto e i problemi restano lì nel gioco dello scarica barile. Altro elemento anacronistico nel DDL che non si spiega è la mancanza di ogni riferimento alla PROPORZIONALITA’ dei Delegati tra le Categorie. Non prevedere sin d’ora la garanzia di proporzionalità e “peso specifico differente” in base al personale rappresentato, più che da “mondo antico” è un concetto oligarchico. Come non salta immediatamente all’occhio la stortura? Come è possibile immaginare che si ripete il meccanismo attuale laddove due Delegati rappresentano la Cat.”A” e quattro la “B” a fronte di un plafond di rappresentati almeno sei volte superiore? Oltretutto inserire nel COCER chi è OMOGENIZZATO, NON Contrattualizzato, è un non senso! Era più logica la L.382/78 poiché allora eravamo tutti militari, soggetti ad avanzamenti e scatti stipendiali in egual modo, piuttosto che oggi laddove gli ufficiali con tredici e ventitrè anni di servizio sono garantiti ben diversamente. Basta rivedersi la recente contrattazione biennale, per rendersi conto della differenza. I Contrattualizzati hanno avuto un aumento di circa il 3% contro il 3,50 dei non contrattualizzati. E la forbice si allarga sempre di più. A questo punto o si contrattualizzano i Dirigenti o si esclude la loro presenza al COCER. Che dire sul sempre presente “Comitato di Presidenza”, ovvero l’organo “esecutivo” di ogni Consiglio, composto da uno per Categoria, sta in mezzo tra il “Presidente gerarchico” e il “Segretario votato”, nient’altro che una ulteriore complicazione e ambiguità, ottimo per un gioco di scaricabarili sulle responsabilità. Continuare con le mancanze già evidenziate da altri articolisti, mi sembra di sparare sulla croce rossa, non una parola sulla TUTELA INDIVIDUALE, sulla Contrattazione decentrata, Addirittura la verbalizzazione dell’attività consiliare resta sconosciuta al “popolo”. I Parlamentari sono soggetti a resoconti stenografici, audio e video, tutto il mondo è soggetto a trasparenza amministrativa gli unici esonerati da questo principio sono gli eletti nella Rappresentanza. E’ Normale? Se da un lato ci sono incongruenze logiche tra il mondo reale attuale e il DDL che si occuperà del futuro, vi è una sorta di coerenza interna che “ammicca” ad un allargamento delle prerogative dei soli Delegati COCER. Ora parla di tutela del Delegato nei trasferimenti, poi della partecipazione alle riunioni dei Consigli di Amministrazione degli Enti di assistenza, passando per la necessità di un Delegato di sesso femminile. A proposito di trasferimento senza il consenso del Delegato Cocer, in questi giorni una indagine della magistratura sta ponendo l’esatto problema opposto, ovvero il trasferimento di alcuni Delegati verso luoghi desiderati da tempo. Non era il caso di pensare ad un distacco dell’attività, semplicemente senza alcun trasferimento, con o senza la volontà dell’interessato? Inserire i Delegati Cocer nei vari Consigli di amministrazione lo trovo in sintonia con il “sistema proporzionale” nonché da “Prima Repubblica”. Per quanto riguarda l’elemento femminile indispensabile al COIR/COCER non si capisce bene quale sia la Categoria che debba forzarsi della piacevole presenza.
Mi sono apprestato a fare questo ragionamento in virtù dell’incontro della prossima settimana in quel di Borgo Piave per decidere come comportarsi in merito alla DDL. Mi sono divertito ad evidenziare illogicità e i paradossi del testo, ciò che mi sembra auto-evidente e per qualcuno non lo è altrettanto, anzi ne coglie i lati positivi!? Se qualcuno mi chiedesse, se il DDL venisse riammodernato, tenendo presente le storture ora evidenziate, saresti pronto ad accettarlo? NO, la risposta è secca! Mancando l’autonomia e l’indipendenza, non essendo esterno all’amministrazione, rimarrebbe un “FRANKESTEIN-DDL”, CHE COPIA E INCOLLA, TAGLIA E CUCE con la pelle del personale. A proposito di pelle cucita, tanto era dovuto per non rivedere il famoso film “Il Silenzio degli Innocenti”.
Con Affetto Ferdinando Chinè
|
||
|
Lettera consegnata ad alcuni Senatori "...CONTRO IL VIRUS DEL SINDACALISMO.." Effetto Domino
Onorevoli Senatrici e Senatori, Con questo documento vorrei portare a conoscenza un’altra visione del Sistema di Tutela dei militari, un’altra idea che trova, altresì, sostegno in alcuni di voi. In qualche modo fino ad oggi siamo lo specchio della società. Addirittura, dopo il risultato eclatante di Loreto, in cui per la prima volta si è espressa la base elettorale con una votazione vicina all’unanimità, abbiamo la presunzione di pensare che i nostri elettori sono la maggioranza. Basterebbe ricordare le recenti Delibere e prese di posizione del COIR PALIDORO dei CC come di altri Cobar per rendersi conto di quali siano le reali richieste. Per non parlare dei sondaggi o degli interventi che imperversano su internet, dimostrano una maggioranza schiacciante a favore della nostra tesi. Laddove è interpellato il singolo militare, egli sente diversamente la propria condizione di quanto, pagine e pagine di documenti, continuano a perpetrare il famoso adagio “ottimo e abbondante”. Ne più e ne meno di quanto avviene nella società civile, oggi si dibattono due panoramiche della vita, da un lato una visione Conservatrice, dall’altra Progressista. Queste due forze per fortuna non si identificano in una coalizione, ma, in degli atteggiamenti e proposizioni di merito. Si potrebbero citare tanti esempi che dimostrano i passi avanti in questo o quel settore, da questo o quel Governo a prescindere dallo schematismo ideologico. D’altra parte, se non fosse così, povero il paese che cambiato il Parlamento, il Governo cambiasse ogni cosa approvata dal precedente. Mi piace utilizzare la metafora della bacinella, del bambino e dell’acqua sporca. Dopo il bagno del neonato, ci guardiamo bene dal buttare la bacinella con l’acqua sporca e tanto meno il bambino. Buttiamo l’acqua sporca e laviamo la bacinella, tanto più che lo smaltimento della plastica è un altro problema, sempre più difficile da risolvere. Immaginiamo che la bacinella sia la Forza Armata, il bambino il personale e l’acqua la Rappresentanza. Chi deve decidere quanta acqua va bene per il bambino è la politica, mentre chi paga l’acqua la società. Ora se non si trova armonia tra le dimensioni della bacinella e la quantità d’acqua a disposizione, l’operazione di lavaggio può risolversi in un buco nell’acqua. Tanto più che al bambino tocca lavarsi da solo e senza sapone. Occorre che tutto sia nella giusta misura e soprattutto che ci sia la volontà di pulizia. Pulizia si accompagna con altri sinonimi che possono chiarire la nostra metafora, lucentezza, nitidezza, limpidezza, trasparenza, purezza ed onestà. E’ chiaro l’intento di chi vuole la sindacalizzazione delle FF.AA, vogliamo un “bambino pulito”, in una vasca adeguata e con l’acqua proporzionata senza un ulteriore ricarico per la società. E’ importantissimo questo passaggio perché in questi anni tutto si può attestare tranne che l’acqua pagata dalla società non sia stata abbastanza, all’epoca della lira si parlava di 50miliardi l’anno per un sistema che oggi entrambi le posizioni che state ascoltando giudicano insoddisfacente, figuriamoci quanto lieviterà per un miglioramento. Figuriamoci dotarlo di strutture giuridiche ed amministrative autonome. Attenzione, i costi evidenziati sono quelli diretti, sugli indiretti si potrebbe aprire un capitolo a parte. Ci riferiamo alla mole di ricorsi sulle sanzioni, sui trasferimenti, note caratteristiche, avanzamenti, indennità amministrative che ingolfano la macchina giudiziaria, molte volte attenta per evitare ricadute sull’intero apparato a non dare risalto agli errori amministrativi piuttosto che affermare i principi giuridici. A rimetterci due volte sono sempre i cittadini. Il punto nodale del Sistema di Tutela dei militari è se debba essere interno o esterno alla FA. In altre parole meglio il bagno nella “vasca idromassaggio” interna all’amministrazione oppure fuori dalla vasca sotto la doccia e probabilmente con poca acqua a disposizione? Meglio una tutela “pater familias” oppure l’“età adulta” del proprio fare? In primis, bisognerà chiedersi se il sistema della “Rappresentanza” è necessario agli addetti ai lavori, un momento di democrazia interno alle FF.AA., oppure a qualche riverbero con il mondo esterno? Bisognerà far capire in una o nell’altra prospettazione oggi enunciata il perché della scelta politica, il perché dei costi che produce. Attualmente il vero nodo da sciogliere è: a chi è utile questo sistema, non si capisce se è un reale strumento di tutela per il personale oppure semplicemente una valvola di sfogo utile a dare una parvenza di democrazia. La Rappresentanza è uno strumento del personale oppure un eco degli SS.MM.? Basterebbe dare un’occhiata alle recenti audizioni in Senato per notare che in alcuni momenti vi è stata una strana sovrapposizione dei documenti degli SS.MM. con quelli di alcune Sezioni Cocer! Per l’amor di Dio, laddove i fatti sono evidenti certa convergenza, è segno di maturità, ma, quando si omette di parlare di problemi reali di tutti giorni, tutti interni alla FF.AA., in cui la politica non ha nessuna colpa, il dubbio che qualcosa non quadra c’è tutto. Il mobbing, le sanzioni, note caratteristiche, avanzamenti, trasferimenti, sono doglianze che per una volta non possiamo addossare alla politica! Far passare il ritornello che tutto passa attraverso un mancato riconoscimento economico della politica, che parte dalla busta paga toccando richieste più minime quali la mancanza della carta da fotocopiatrice, della benzina, è una lagna che non giustifica tutto il resto. Tanto più che la polemica politica spesso diventa partitica. Richiedere il Ruolo Contrattuale in luogo di quello Concertativo non risolve nulla che attiene alla democrazia interna alle FF.AA. E’ comodo gridare all’equiparazione europea degli stipendi senza dare altrettanta attenzione ai diritti e alla democrazia che giustificano quegli emolumenti. Volutamente si gioca un ambiguità tra spese di funzionamento e quelle per il benessere del personale, per altro, quando le stesse lamentele le rivolgiamo al nostro interno, gli stessi SS.MM. ci ricordano che non sono materia di nostra competenza. E’ evidente che nel momento in cui si sovrappongono i contenuti c’è una enorme confusione dei ruoli. Non si capisce chi sostiene chi e per cosa. Soprattutto a chi giova questa confusione? Affermare che in questi anni la vasca era stretta, l’acqua poca, il bambino era incapace e senza volontà di pulirsi, è puro qualunquismo. Affermare che vi sia la necessità di rivedere il sistema “bacinella – bambino – acqua”, prodigandosi di dire semplicemente che la colpa è degli altri, è una pratica molto nota nel nostro paese ma che non fa bene a nessuno. Affermare che la L. 382/78 originale sia inadeguata non è assolutamente vero, perlomeno dobbiamo specificare rispetto a cosa? Al bambino, alla vasca o all’acqua? Gli altri soggetti interessati a vario titolo cosa ne pensano? Il legislatore dell’epoca aveva visto bene e lungo, designava la “legge dei principi” come momento indifferibile di un malcontento difficile da contenere. Tutta la società aveva subito cambiamenti epocali, mentre all’interno delle caserme tutto era fermo ed ingessato. La legge aveva un sua logica, contemperava l’esigenza operativa di Comando è quella di alcune richieste di maggiore democrazia tra il personale. L’ottica su cui ruotava la “legge dei principi” era quella di un esercito composto principalmente dalla leva obbligatoria. L’interazione della società civile con lo strumento militare era già garanzia di un mondo aperto. La forzatura di un anno di servizio di leva predisponeva l’apparato ad una attenzione maggiore pena l’intervento extramilitare dei parenti. Allo stesso tempo, la paura che l’immagine di un sistema chiuso, equivocamente, entrasse nella società ara motivo di attenzione a tutti i livelli. Si aggiungano gli arruolamenti “oceanici” di personale, che non consentivano un accurata selezione psicologica, e quindi è sempre esistito un elemento di discussione, che in qualche modo oggi è lo specchio della società. Viceversa, nel futuro fatto di soli professionisti, che vede un ristretto gruppo di personale attentamente selezionato, verrebbe da chiedersi se ha ancora una logica l’esistenza di un sistema di tutela per il personale militare. In fondo si tratta di una scelta di vita, dove diritti e doveri sono ben specificati, che ragione avrebbe una contrapposizione? D’altra parte, la questione economica è frutto di meccanismi automatici che poco differiscono dal Pubblico Impiego. Il problema non sussisterebbe specialmente se riusciamo a delimitare la convinzione per cui si fa quella precisa scelta di far parte delle FF.AA. Ad esempio, se ci rifacciamo ad alcuni modelli di esercito professionale tipo la Legione Straniera o quello americano notiamo che questo elemento non abbisogna, chi decide di far parte di quel tipo di esercito lascia il proprio mondo alle spalle, diritti e doveri sono ancorati alla scala gerarchica. Per non avere dubbi sulla convinzione, per chi decide di far parte di quello strumento militare, l’arruolamento è motivo di condono di reati per cui, diversamente, si sconterebbero qualche anno di carcere. In altre parole gli si da qualcosa ancora prima di ricevere, i ruoli sono definiti e non esistono tutte quelle patologie sopra evidenziate. Su questo aspetto tanta letteratura si è occupata della problematica evidenziando gli aspetti sociologici, psicologici, antropologici i vizi e le possibili derive di un sistema fortemente chiuso. Un altro modo per ritrovare la CONVINZIONE è il rovesciamento degli aspetti prima richiamati. Non un soldato ai margini della società, ma, l’eccellenza della società stessa! Il meglio che il paese può offrire, la specificità non è un motivo di “diminuzio ratio” ma di orgoglio di appartenenza. In una società moderna, occorre comprendere i meccanismi che determinato il proprio futuro con trasparenza, senso di responsabilità e intelligenza. Bisogna passare dal concetto di autorità a quello di autorevolezza. Si può essere autorevoli solo quando si è in grado di dimostrare le proprie capacità, il proprio ruolo, grado con trasparenza e razionalità. Non è possibile difendere la democrazia non vivendola, avendo un concetto esclusivamente teorico, magari frutto di una formazione chiusa come l’arruolamento. A questo modello di strumento militare vogliamo richiamarci, ne più e ne meno di quello europeo. I nostri paesi di riferimento sono la Germania, il Belgio, il Portogallo, l’Olanda, la Norvegia, Svezia, Danimarca ovvero a democrazie concordemente riconosciute. In compagnia di altri 32 paesi appartenenti all’EUROMIL organizzazione che unisce 500mila militari iscritti in organizzazioni professionali per la tutela della dignità del militare. A proposito di rovesciamento della medaglia, basterebbe ricordare l’evoluzione dei reati nei tribunali militari. Via, via che veniva cambiata la composizione monocratica, con l’inserimento di giudici civili cambiavano pure i reati. Dalla percentuale di reati relativi all’insubordinazione, oltraggio a superiore, disobbedienza, quasi tutti ad opera dei gradi bassi, si è passati ad altri reati come il peculato, l’abuso di ufficio, la truffa ad opera dei gradi superiori. Come mai prima non venivano alla luce questo tipo di reati? Sono problemi degli addetti ai lavori o di tutta la società? In questa occasione si rivendica la valenza di parte sociale NON come ulteriore motivo di disturbo della politica e della società, noi richiamiamo la vostra attenzione, non lasciamo che una parte della società viva una democrazia ridotta, diversa, peculiare, specifica a sovranità limitata. Noi siamo contro il virus del sindacalismo, tanto quanto, del nepotismo, dell’autoritarismo, nonnismo, privilegiatismo nonché del rappresentatismo di questi anni. Siamo contro tutti gli “ismi” che degenerano i principi, vogliamo buttare l’acqua sporca mantenendo bacinella e bambino. La Rappresentanza è stata la prova provata di un sistema che diventa privilegio e poi si fa “casta”. Basterebbe dare un’occhiata alle modifiche apportate alla originaria “Legge dei Principi”. Il mandato da due anni è passato a tre e poi a quattro, riducendo la possibilità temporale dell’elettore di una verifica, allo stesso tempo si è data la rieleggibilità, il potere di Concertare, di emettere comunicati stampa, il tutto senza arginare minimamente i fenomeni e le doglianze richiamate. Nel frattempo, ci siamo sempre lamentati delle risorse accettando proroghe e benefit “ad personam”. In tutte le proposte di Riforma della RM non si parla mai di “SFIDUCIA”, di “CONSENSO PROPORZIONALE”, di “QUORUM” elettorale, di diminuzione del numero dei Delegati, DI PIANIFICAZIONE, PROGRAMMAZIONE, RESPONSABILITA’ DELLA PROPRIA ATTIVITA’. Abbiamo un forte imbarazzo a proferire queste parole poiché in un sistema, in cui la colpa è sempre degli altri, i nostri discorsi suonano populistici. ONOREVOLI SENATRICI E SENATORI, Non si tratta di voler cambiare le regole, ma di adeguarle alle situazioni e ai tempi. Questo non è il caso in cui nominati preti e giurato voto di castità a metà strada chiediamo di sciogliere i vincoli rimanendo preti. Qui nessuno vuole cambiare le regole prime che fanno lo status dell’uomo in armi. Non si tratta di sovvertire l’ordinamento gerarchico, il principio di obbedienza, fedeltà, lealtà ma di adeguare il corollario ai tempi che sono cambiati. Allo stesso modo che il guerriero è passato dalle lance, spade frecce, ai missili, aerei e scudi stellari, allo stesso tempo i diritti sociali e politici si sono evoluti, o meglio trasformati. I cambiamenti tecnologici strutturali devono adeguare la struttura giuridico amministrativa, con pesi e contrappesi per un equilibrio di ogni parte della società. Concludiamo questo nostro intervento con le parole ben più autorevoli delle nostre oltre 2500 anni fa, Aristotele nel libro la “Politica”, Cap. VII. Dopo aver stabilito le quattro funzioni principali di uno Stato, Gestione Cosa Pubblica, Difesa, Disponibilità di Ricchezza e Culto, si pone l’interrogativo di come devono essere distribuite: “..si dovranno assegnare a persone diverse oppure alle stesse persone?.” Incomincia l’analisi con le due funzioni principali Gestione della Cosa Pubblica e la Difesa ed evidenzia come ogni funzione richiede attitudini diverse. L’una ha bisogno del vigoe e della saggezza, l’altra del vigore e della forza. Come pericolo deduceva “E’ impossibile che coloro che sono in grado di esercitare la forza e di opporre resistenza si adattino a restare sempre nella condizione di subordinati..” In seguito,per prevenire la problematica, la costituzione doveva prevedere di assegnare entrambi le funzioni alle stesse persone , con l’accortezza di tempi diversi seguendo la natura. La natura ai giovani dona la forza, negli uomini maturi la saggezza. In tal modo da giovani si praticava l’arte del soldato e nella maturità si gestiva la Cosa Pubblica. Ebbene qualche analogia riusciamo a trovarla, anziché in congedo gestire la Cosa Pubblica si diventa Manager di dei Grossi Gruppi industriali. Sarà il giusto contrappeso degli futuri? Noi nutriamo dei dubbi, voi la responsabilità di decidere! 13.06.07 Ferdinando Chinè
|
Giugno 2007 | |
TAGLI, ESUBERI E RISTRUTTURAZIONIECCO PERCHE' VOGLIO IL SINDACATO
Cari amici , cari lettori , oltre che un trattamento economico più dignitoso, gli anziani non condividevano quella scelta, anzi, la osteggiavano, forse perché provenivano da una generazione che avendo partecipato alla seconda guerra mondiale vedevano in questa richiesta di diritti forse un allentamento di quella disciplina alla quale loro da sempre erano soggetti. Questo percorso come dicevo non fu facile e neanche indolore, molti colleghi furono denunciati altri congedati ed altri ancora trasferiti. Qualche anno dopo, anche io venni trasferito in Sardegna, era all’inizio del 1978 quando a Cagliari venne organizzato un convegno per presentare “Il libro bianco della Difesa“. Grande la partecipazione e la presenza di giornalisti, avvocati, magistrati, oltre tantissimi colleghi, alcuni di essi vennero denunciati per il solo fatto di aver partecipato ad un convegno pubblico dove si parlava di diritti, tra l’altro in abiti borghesi e comunque semplicemente come spettatori. Io per un caso fortuito non partecipai in quanto comandato di servizio. Alcuni colleghi vennero denunciati alla magistratura Militari per reati inesistenti con processi che si trascinarono per anni, naturalmente furono tutti assolti definitivamente, perché il fatto non costituiva reato. Altri tempi, potrebbe obbiettare qualcuno, invece sono trascorsi meno di trenta anni. Questi movimenti non furono inutili, perché ad essi ne seguirono altri, finché un bel giorno, il Parlamento finalmente approva la Legge 382 nel luglio del 1978, la cosiddetta “legge dei principi”. Da quel momento si riconoscono, anche ai militari, alcuni basilari diritti costituzionali fino a quell’attimo negati. Allo stesso tempo si istituisce un organismo di Rappresentanza elettivo, anche se interno all’amministrazione. Altro argomento che credo merita una precisazione è la possibilità dei militari di iscriversi ai Partiti politici. I vertici Militari hanno sempre osteggiato tale diritto, soprattutto se il partito prescelto non è di loro gradimento, eppure l’articolo 98 della costituzione e chiaro al riguardo e recita ” ..Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero”. Finora nessuna legge ordinaria ha mai limitato tale diritto, nonostante tutto, spesso, i vertici militari, con direttive del tutto arbitrarie, hanno tentato di limitare questo diritto. Tornando alla Legge 382, dopo la sua approvazione, si aprono grandi speranze. Si intuiscono subito i limiti e le incongruenze in quanto il mandato dura solo due anni e i delegati non possono essere rieletti, precludendo cosi la continuità. Sui primi mandati si ripone una grande fiducia e forse, anche per un miglioramento generale dell’economia italiana, si ottengono anche dei significativi miglioramenti economici che forse fanno passare in secondo piano quello dei diritti, questo andamento si è trascinato fiaccamente fino ai giorni nostri. Oggi ricordiamo a mala pena, se il Delegato ha fatto il mandato pari oppure quello dispari e non per i diritti che si sono conquistati. Proposte tante, risultati pochi. Giusto per fare qualche esempio, oltre 10 anni fa è avvenuta la riforma delle pensioni, e ci ha visto solamente spettatori, oppure l’approvazione della L.196 nel 1995, ad oltre 10 anni da quella data, i danni che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti, nonostante un riallineamento delle carriere che ha fatto ulteriori sperequazioni. Inoltre, vediamo tutti i limiti di questa Rappresentanza “interna “, basterebbe il fatto che non può dialogare con l’esterno e si trova a fronteggiare il passaggio del sistema pensionistico retributivo a quello contributivo per sentirsi un “nano al cospetto dei giganti”. Che dire della disattenzione colposa del Governo uscente che non ha assegnato neppure le risorse necessarie per il rinnovo contrattuale del 2006, inoltre negli ultimi anni il comparto difesa ha visto un taglio di risorse tale da pregiudicarne lo stesso funzionamento, eppure il modello dell’esercito professionale di 190.000 era stato varato solamente nel 2001. Che dire dell’audizione del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica in Commissione Difesa al Senato, quando afferma che “può mantenere tranquillamente la stessa operatività anche con 10.000 uomini in meno e che molti Enti sono aperti solamente perché vi sono delle persone che vi prestano servizio“ questo giustifica anche l’emanazione una circolare interna che di fatto “ abroga “il contratto di lavoro del personale militare in merito alle missioni, questo nonostante 2 interrogazioni Parlamentari, una della maggioranza ed una dell’opposizione richiedono il ripristino della gerarchia delle fonti del diritto, che in ambito militare dovrebbero essere rispettate visto che l’organizzazione militare si basa proprio sulla gerarchia. Ora verrebbe da chiedersi, visto la mancanza di risorse, quante ore di straordinario sono state pagate in Aeronautica nel precedente esercizio finanziario e a chi? Visto che ci sono 10.000 esuberi, e quanti giorni e C.F.I., quanti giorni di C.F.G.? Ora io mi chiedo, se un amministratore delegato di una qualsiasi Azienda, chiede di licenziare 10.000 dipendenti, perché sotto utilizzati ed in esubero e che risponde ad una proprietà, come può pensare di continuare a pagare degli straordinari ed altre indennità? Non si può, da un lato lamentarsi della scarsità delle risorse a disposizione, e dall’altro annunciare esuberi di personale. Al limite in costanza di esuberi l’efficienza dovrebbe essere due volte superiore e le spese di straordinari ed accessori ridotte al minimo se non annullate. Sempre nel privato, come si può pensare che i sindacati possano rimanere esclusi dai tali processi strutturali, la soppressione delle proprie filiali e la messa in mobilità di 10.000 dipendenti, senza una reale trattativa ? Credo che in un qualsiasi paese civile tutto questo non sia consentito. Per queste ragioni credo che ora parlare di Sindacato nelle forze Armate non sia solo necessario ma è indispensabile. Paolo Erasmo
|
||
|
LA REALTA' HA LA FORMA DELL'ACQUA
Sono trascorsi pochi mesi dall’insediamento del
Co.Ce.R. Interforze e mi pare opportuno operare delle considerazioni, insieme ai colleghi che rappresento, su un tema sempre attuale, che suscita aspettative e speranze, interesse e preoccupazione:
quale strumento di tutela per il personale militare?
In merito ad una riforma della Rappresentanza Militare ho
iniziato il mandato con
delle idee; grazie ad una sincera autocritica le ho dovute
rivedere e correggere.
Ho avuto la fortuna di essere un delegato del 1° mandato della R.M. Un mandato esaltante, animato e trainato dalla passione e dall’entusiasmo della prima volta.
Oggi
questo strumento di rappresentanza, pensato negli anni 70 e posto in essere alfine, anche, di arginare e rinchiudere nell’alveo delle Istituzioni le rivendicazioni sociali forti e pressanti dei militari, mostra tutte le
crepe e le
inadeguatezze di un
provvedimento datato, ormai superato nel suo stesso concetto ispiratore.
Negli anni trascorsi ho sempre seguito con trasporto e passione il dibattito in merito ad una sostanziale riforma della normativa sulla R.M., ovvero quale fosse lo strumento più rispondente/efficace affinché la tutela singola e collettiva del personale militare sia piena, puntuale ed immediata
Partendo dalla Costituzione èra facile arguire che lo sbocco naturale fosse l’abrogazione dell’art. 8 della L 382/78, ovvero dare la possibilità al personale militare di potere aderire ad associazioni anche a carattere sindacale.
Negli ultimi anni
alcune compagini politiche, più di altre,
hanno spinto verso questa soluzione, vale a dire dotare il personale militare, alla stessa stregua del personale di Polizia, di un vero
sindacato.
Tanto che quando nella primavera scorsa le elezioni politiche sono state vinte dall’attuale maggioranza di centro-sinistra forte è stata la speranza di noi militari, compreso chi scrive, di avere riconosciuto, finalmente, uno strumento di tutela nuovo e compiuto: uno strumento sganciato dai rigidi regolamenti e che riconosca in maniera chiara che il
militare è un
cittadino italiano e che analogamente agli altri cittadini italiani deve essere destinatario di tutti i diritti che
Dopo pochi mesi di Governo e soprattutto dopo talune uscite pubbliche di autorevolissimi esponenti di Governo devo registrare che, probabilmente, assisteremo anche in
“questo giro” ad una rivisitazione estetica, ad una rispolverata di qualche concessione e nulla più.
Eppure il programma politico, grazie al quale l’attuale maggioranza di governo ha avuto la delega a governare il nostro paese era chiaro in merito: si poteva andare verso la sindacalizzazione; di fatto lo si nega.
Quanto sopra esposto mi fa fare una
ulteriore considerazione: quanto è
difficile oggigiorno
stare in una posizione politica/pensiero. Quanto è difficile, soprattutto per noi
rappresentanti nazionali dei militari,
districarsi in questo groviglio di
contorcimenti dialettici della politica (partitica) italiana.
Come dice Camilleri:
la realtà ha la forma dell’acqua.
Constato, con sofferenza, che viviamo in un mondo (italiano)
provvisorio, in un mondo dove tutto è possibile:
una bugia diventa verità, una
idea serale scompare la
mattina senza che ciò
susciti sconcerto; si va avanti con le
buone intenzioni e con
astratti impegni che l’indomani vengono
candidamente disattesi.
A questo contorcimento politico, penso che
l’unico rimedio che noi rappresentanti possiamo porre in essere è uno solo:
avere un pensiero/voce univoci e possibilmente unanime. Un pensiero che vale
“hic et nunc”, una volta sola.
Ho l’ardire di pensare che di fronte ad un giudizio come sopra esposto la politica (partitica) non possa rispondere in modo aleatorio.
Il
personale militare esige, perché lo esige il contesto storico in cui viviamo, uno strumento di tutela reale:
il SINDACATO, esterno ed autonomo.
Il personale militare reclama dei rappresentanti che siano liberi; non ingabbiati nei regolamenti che di fatto ne limitano fortemente l’ azione.
Va detto, con coraggio, che attualmente siamo alla portata degli umori degli uomini/vertici militari:
se si tratta con persone caratterizzate da forte elasticità mentale si può anche lavorare bene, altrimenti la nostra azione sarà correlata, sempre, alla rigida normativa esistente (ad esempio artt. 5-6-7-8- della L 382/78).
Viene
il sospetto che la
nostra azione limitata venga vissuta in maniera
positiva anche dalla
politica (partitica), la quale a parole ci gratifica di una azione di grosso rilievo, di fatto poi viene disconosciuta nel non varare provvedimenti che riconoscano diritti e principi. Tanto si percepisce come vero quando
Spesso, noi rappresentanti, abbiamo la percezione che veniamo ascoltati, dalla politica, non per reale convincimento
ma perché lo esige una legge dello stato.
Un’altra
“vexata queastio” è la contrapposizione che ci potrebbe essere tra i vertici militari e rappresentanti di un eventuale sindacato, ovvero che esso potrebbe essere visto come una limitazione dell’azione di comando.
NON E’ COSI’.
Con una rappresentanza esterna ed autonoma si avrebbe una compartecipazione nelle scelte e di conseguenza una condivisione di responsabilità.
Mi sembra opportuno rimarcare, in questo particolare momento storico, che “l’uomo soldato” che, prima, operava sempre nella logica
“attacca il ciuccio dove vuole il padrone” non esiste più.
Il cittadino soldato odierno, fortemente emancipato sia culturalmente che socialmente, vuole partecipare in maniera responsabile e forte di un altissimo senso del dovere, alla policy della propria amministrazione anche con una azione critica ma costruttiva.
-Francesco LEO
Delegato Co.Ce.R. A.M.
|
||
|
"..ESSERE O NON ESSERE,
L'annoso dilemma Rappresentanza o Sindacato finalmente potrebbe essere risolto dalla proposta del Senatore Malabarba. Poco più di un mese fa l'onorevole ha presentato un disegno di legge che intende salvaguardare, come si suol dire, "capre e cavoli" suddividendo le competenze ed escludendo alle organizzazioni sindacali la disciplina ed il servizio. Si tratterebbe un doppio sistema di rappresentanza con competenze complementari. Già in passato proposte simili sono rimaste dichiarazioni di intenti ma questa volta potrebbe essere quella buona, d'altra parte, nel programma dell'attuale governo questo è stato un richiamo preciso. Ovviamente, la proposta è perfettibile si possono definire e focalizzare in modo più dettagliato le competenze, le esclusioni, la composizione e tutto il resto ma è interessante notare i principi che l'alimentano. E' evidente che l'esercito professionale ha reso superato lo strumento rappresentativo nella sua origine. Il personale di leva in coscrizione obbligatoria, "nucleo maggioritario" componente le Forze Armate doveva essere in qualche modo garantito con una forma di espressione delle istanze collettive, venendo oggi a mancare questa componente quell'obbligo dell'amministrazione avrebbe un significato diverso. A che titolo dovrebbe farsi carico appieno delle richieste del personale che volutamente ha deciso di intraprendere la strada militare piuttosto che un altra? Le questioni contratto, istanze collettive appartengono ad una "categoria", "raggruppamento", "ordine professionale" più che all'amministrazione di cui sono dipendenti. L'amministrazione, il dirigente non è il titolare dell'impresa è il gestore in una struttura complessa che è lo Stato. Il compito di uno Stato e che tutte le strade che il cittadino intende percorrere, siano nella norma e che garantiscono la pari opportunità e dignità di tutti. In effetti, non si comprenderebbe per quale motivo, pur appartenendo allo stesso Comparto Sicurezza CC, GF, Polizia e pur svolgendo sostanzialmente il medesimo servizio, si differenziano nel sistema di Rappresentanza. Aggiungo, non si comprenderebbe il perchè molti dei nostri cugini europei hanno superato da anni questo dilemma risolvendolo a favore di una libera scelta piuttosto che eludere la questione. Altro passaggio importante che si legge nella relazione introduttiva del Senatore è laddove si dice che "..Consigli esistenti, stretti tra insensibilità della linea di comando e ambizioni politiche di alcuni loro membri che hanno talvolta cercato, in tempi recenti, di condizionare l'attività". E' chiaro che i riferimenti ad una politicizzazione delle problematiche "per ambizioni personali" è una sottile evidenziazione dello sforamento delle competenze dei Rappresentanti rispetto alla legge che li aveva originati. Senza alcuna delega politica dalla base rappresentata, sono fervidi oppositori a parole mentre nei fatti ricevono proroghe al proprio mandato. Come si può essere l'una e l'altra cosa senza entrare in contraddizione? Si potrebbero fare tanti altri esempi di un comportamento nel segno del dualismo ma su questo aspetto le maldicenze sono molte e non vale la pena di ritornare. Mi preme invece constatare che nel disegno di legge scompaiono i Consigli Intermedi (Coir) e allo stesso tempo vengono rafforzati quelli nazionali (Cocer). I Consigli Nazionali sono tali perchè i loro delegati sono votati attraverso delle liste su tutto il territorio. In questo modo è possibile pensare che si è effettivamente investiti da una autorevolezza maggiore poiché l'essere rappresentate non si gioca su pochi voti di differenza o su anzianità di servizio che fanno da padrone. La nuova dislocazione di forza armata suddivisa in Comandi Operativi e non su base territoriale svuota l'effettiva ragione dei Consigli Intermedi lasciando loro solo una funzione burocratica. Le problematiche non sono risolvibili a livello territoriale intermedio ma acquistano una rilevanza centrale rispetto il Comando Operativo di appartenenza. Delle riforme e delle necessità si discute da anni senza giungere ad una reale soluzione della problematica a tal proposito ripropongo in questa occasione un mio scritto di qualche anno fa in cui evidenziavo una contraddizione logica nella richiesta di una Rappresentanza Forte, oggi è più che mai attuale e vale la pena di rileggerlo. Riusciremo a cambiare qualcosa? Concludo con il famoso adagio "..fusse che fusse la vorta bona". Addì, 29/05/06 Kronos il Lupo della Sila
|
Maggio 2006 | |
|
|
“Cittadini di serie B” By Paolo Erasmo - 6/12/05 Entro il 31 dicembre 2005 sarà soppresso il mio Ente cosi come avverrà per tanti altri Reparti delle Forze Armate e fin qui niente di nuovo. Tutto questo era previsto dalle disposizioni integrative e correttive dell’atto del Governo n° 509 che andava a modificare il decreto Legislativo 464 del 28 Dicembre del 1997 già sottoposto al parere delle Commissioni Difesa della Camera e del Senato e approvato definitivamente nel Consiglio dei Ministri n° 29 del 10.11.2005. Non si capisce perché e per come non è stato ancora pubblicato sulla G.U. mentre nel frattempo le grandi manovre sono già iniziate. I primi telegrammi cominciano ad arrivare annunciando la chiusura entro il 31.12.2005 e l’eventuale trasferimento del personale Militare. Tutt’altro trattamento è riservato per il Personale Civile in cui è prevista la concertazione di secondo livello. Chiedo spiegazioni più dettagliate e mi spiegano in cosa consiste, per il personale civile gli eventuali trasferimenti verranno concertati con degli incontri tra il Sindacato e il Dirigente dell’Amministrazione tenendo conto delle giuste esigenze del personale Civile. Mentre per il Personale Militare i trasferimenti saranno trattati direttamente dall’Amministrazione senza sentire, per il momento, nemmeno le giuste esigenze di questi ultimi. Inoltre non saranno sentiti neanche i delegati di base (Co.ba.r. ) che sono coloro che Rappresentano il Personale Militare almeno per il parere, anche se non vincolante. Ora mi chiedo, come mai ci sono Cittadini che hanno diritti, i cosiddetti di serie “A” e Cittadini che non hanno diritti e quindi di serie “B”? Io credo che tutti questi cittadini Devono avere gli stessi Diritti oltre che avere gli stessi problemi ( come una Famiglia con dei figli che vanno a scuola, magari una Casa con un mutuo da pagare ecc. ). Cosa dobbiamo fare, rivolgerci ad uno studio legale per vederci riconosciuti i diritti basilari oppure incominciare a bussare alla porte di qualcuno per trovare una salvezza? Non volendo assolutamente sobbarcarmi né le spese, né l’umiliazione del favore personale, auspico chiedo e voglio anche io il Sindacato per Concertare e tutelare me mie giuste esigenze ( mie e della mia famiglia ) e non sentirmi un cittadino con Diritti di serie “B”
6 Dicembre 2005 paoloerasmo@tiscali.it
|
Dicembre 2005 |
|
|
||
|
“….DEL CONSENSO E DELLA GIUSTIFICAZIONE…” - “deleghe in bianco come assegni” Recentemente è stato prorogato il mandato rappresentativo a 4 anni e contemporaneamente inserito la rieleggibilità. Si vanta da più parti questa variazione come una delle grandi conquiste degli ultimi tempi. Le premesse per l’innalzamento dello spazio temporale a 4 anni sono motivate affinché sia data la possibilità ai rappresentanti di portare a termine sia il contratto economico che quello normativo. Allo stesso tempo è stata inserita la possibilità che gli stessi delegati potessero essere rieletti per un altro mandato. D’altra parte, alla pari di altre cariche pubbliche, politiche o sindacali, tanto in un consiglio comunale quanto in quello provinciale sia la durata presunta che la possibilità di rielezione sono dati di fatto in linea con altri comparti. Il punto che accomuna questi due passaggi sembrerebbe il fatto che bisogna dare una “chance” alle persone capaci e volenterose per continuare a fare bene il proprio lavoro. In altre parole, se un gruppo di lavoro pianifica, elabora una piattaforma contrattuale è giusto che lo faccia a lungo raggio, tenendo conto di tanti aspetti e delle compagini politiche che possono cambiare o semplicemente cambiare idea. Il presupposto di questo ragionamento è che il processo per la selezione, attraverso il consenso, abbia portato il meglio del meglio dei candidati disponibili. A sua volta, i candidati, investiti dall’onore di rappresentare gli altri si danno da fare per non deludere i colleghi. Fin qui, sul piano teorico è giusto pensare che la durata per fare il rappresentante, di qualunque settore parliamo (politica, sindacato, imprenditoria), sia congruente con un minimo di tempo che garantisce di comprendere, conoscere e preparare. Ma, la teoria è una cosa e la realtà un’altra! Cosicché la teoria stessa è stata formulata con le dovute correzioni. Le società hanno imparato ad elaborare dei contrappesi che stanno tra la delega data e ricevuta nel rappresentare e la possibilità di venire meno a questa per propositi esclusivamente personali. Sul fatto che vi sia una asimmetria tra chi governa e chi è governato, tra chi rappresenta e chi è rappresentato è un dato di fatto che già ai primi del “700, diversi autori hanno ampiamente evidenziato. Basti dire che le soluzioni rispetto questa sproporzione fanno parte del dibattito contemporaneo. Volendo fare una metafora ricordiamo il parlamentare che ha l’immunità ed il popolo no, oppure che i nostri rappresentanti militari sono sempre andati in missione in albergo mentre il restante personale puntualmente viene ancora oggi aggregato, nonostante le leggi dicono diversamente. L’essenza delle democrazia si gioca sulla giustificazione e sul consenso più o meno accettato di questa disarmonia. Bene sarebbe se non ci fosse sperequazione ma se c’è, occorre che sia in qualche modo giustificata da chi esprime la delega. In altre parole, laddove stenta ad esplicitarsi, a rendersi credibile il perché di questa asimmetria, ecco che ci si avvicina sempre di più allo stato assoluto e poco democratico. Alla virtualità dei principi egalitari ed alla distanza enorme tra i Rappresentanti ed i rappresentati. Questo sistema di bilanciamento, di giustificazione, può essere interno o esterno alla carica per cui si esprime la delega, si manifesta attraverso la fiducia o sfiducia verso quella componente che non sta ai patti. Molteplici sono i sistemi in cui è possibile far valere il proprio dissenso rispetto alla volontà espressa al momento del voto. Ad esempio nell’ambito dei partiti vi è la possibilità di disdire la tessera e non rinnovare esprimendo il pieno dissenso. Vale lo stesso discorso nei sindacati, in qualunque momento si ha la possibilità di lasciare una sigla per iscriversi ad un altra. Più sbrigativi e sicuramente più efficienti, nell’imprenditoria gli amministratori delegati sono automaticamente rimossi al mancato raggiungimento degli obiettivi. Nell’ambito di un consiglio comunale quanto in quello provinciale e regionale o nel parlamento stesso vi è la possibilità di sfiduciare il governo ed aprire una crisi. Il punto su cui intendo ragionare in questa occasione è quello in cui i nostri rappresentanti, patrocinando e osannando con i politici la proroga del mandato a 4 anni, non hanno pensato a questa sorta di contrappesi. Una giustificazione del perché un rappresentante ha bisogno di tanto tempo e non quella per cui l’elettore dovrebbe attendere in silenzio il tratteggiarsi degli eventi. Addirittura, politici di opposti schieramenti, nel segno della “politically corretly”, del by-partisan, si sono lasciati andare a dichiarazioni stucchevoli. Da una parte dicono “..si rafforza il ruolo dei consigli… riconoscendo diritti più adeguati al ruolo..”, mentre dall’altra, “..il governo ha mostrato sensibilità assumendosi l’impegno per la riforma della rappresentanza..”. Sembra una cosa auto-evidente, valida in sé, unisce le posizioni al di là degli schieramenti. Un po’ come è avvenuto recentemente sui 4 referendum sugli embrioni, la coscienza e la visione della vita si è posta al di sopra degli interessi partitici. In compenso l’astensionismo ha prevalso con il 75%. I cittadini rispetto ai quesiti, non hanno detto si o no ma hanno preferito, con la non-partecipazione, rilasciare ai politici la decisione di cosa fare. Siamo nell’epoca del NON-CONSENSO DA INTERPRETARE con i dovuti distinguo. Troppo comodo! In quel NON-DIRE che dice, sociologi, politologi, psicologi, filosofi avranno da lavorare sicuri cha dato l’elevato livello del dibattito ai cittadini conviene di più stare a casa a guardare una partita. In America ormai abbiamo conoscenza che la partecipazione al voto si aggira intorno al 45% che diviso nei due schieramenti principali, che si giocano la vittoria sul filo del rasoio, dà la possibilità con un risicato 25% di votanti di determinare la politica dell’intero paese (per non dire del mondo). E’ chiaro che riducendo il numero degli elettori le incertezze e l’affanno su come finirà la campagna elettorale diminuiscono. L’elettore è stato portato scientificamente alla disaffezione verso la non-partecipazione. Siamo al governo di pochi su molti, una sorta di oligarchia democratizzata. E’ un circolo vizioso che parte da una asimmetria originariamente giustificata, poi aumentata, non più dimostrata la cui reazione di non-partecipazione ha aumentato la disarmonia. Più aumenta la distanza con chi rappresenta più si amplia la non partecipazione. Il politico, rappresentante nel giustificare e preoccuparsi di avere armi e mezzi a disposizione finisce di non preoccuparsi del proprio elettore. Più o meno la stessa cosa sta succedendo in Europa e per riflesso a casa nostra. Troppo comodo! Non esiste nella nostra delega ai rappresentanti alcun vincolo, se non quello di rinnovare o meno il loro mandato alla scadenza. Per ben 4 anni, né gli elettori, né i Cobar ai Coir e ques’ultimi al Cocer possono sfiduciare o mettere in dubbio l’operato degli uni sugli altri. Niente di niente! In tutte le riforme della rappresentanza non ho avuto modo di vedere inserito in alcun modo questo principio, questo contrappeso. Non importa se si tradisce la delega, non importa se non si presenzia alle riunioni, non importa se hanno ricevuto palesi benefici personali (puntualmente riscontrati in ogni mandato trasferimenti estero e nazionali, passaggio ufficiale, cambio incarico ecc.), ricevuto l’imprimatur del rappresentante uno lo conserva per tutta la durata del mandato. Addirittura quando i più sensibili, i più autorevoli come numero di voti, si sono dimessi sono sostituiti con chi li precede, fino ad arrivare a quel rappresentante che con un solo voto ha l’onere e onore per deliberare, parlare, giudicare, rappresentare e portare avanti i suoi ragionamenti. La cosa senza alcuna giustificazione mi da alquanto fastidio quando leggo o sento affermare questo o quel delegato che rappresenta “330mila militari”, ovvero la totalità. Pure i politici soliti ai populismi e slogan hanno il pudore di non fare dichiarazioni di tale portata. Si guardano bene da dire rappresento milioni di cittadini, al limite fanno riferimento alle preferenze personali attribuite. Perfino quando parlano a nome del partito fanno riferimento alla percentuale complessiva frutto dei singoli parlamentari e non a nome di tutto il gruppo. A nome di tutto il gruppo, partito o sindacato parla solo il Capo Gruppo parlamentare o il Segretario per il resto ognuno si limita a dichiarazioni a nome proprio. Quindi, se qualcuno vuole parlare a nome di qualcun altro questo può essere fatto, attualmente, solo dal Presidente e non dai singoli delegati spesso in contrasto gli uni con gli altri. Purtroppo queste sono le regole[1], mai cambiate, che vengono tollerate “scientificamente” dagli stati maggiori e politici per generare confusione, malcontento ma soprattutto non-partecipazione. Come si può argomentare la giustezza che per un solo voto si ha diritto a parlare a nome di altri, di tanti altri, per ben quattro anni? Fino a quando possiamo accettare un abbraccio mortale che si potrebbe celare dietro una delega mal preposta? Come è possibile non fissare un quorum minimo di voti per poter fare il rappresentante? Come si può accettare la mancanza di un sistema di contrappesi rispetto ad una delega in bianco? Oltretutto 4 anni nel 2000 sono altra cosa che nel “78, oggi i cambiamenti, tecnologici, economici, sociali sono così veloci che le dinamiche probabilmente devono essere altre. Paradossalmente, in principio con la L.382/78, quella esente dalle osannate e svariate modifiche, stavamo molto meglio, perlomeno era più coerente. Dal “78 in poi abbiamo via, via snaturato questo principio di tutela del voto attribuito al collega. In principio il mandato era di due anni senza la rieleggibilità, il legislatore aveva visto bene e aveva dato logica al suo ragionamento. Era sua intenzione semplicemente non creare i professionisti della “contrapposizione e della polemica” e su quest’ottica ha cercato di dare in tutto l’articolato legislativo omogeneità. Una sorta di piccolo sistema filosofico in cui, fissati i principi primi, gli articoli davano conseguenza e coerenza all’intera legge. I contrappesi erano nella struttura stessa della legge! Non essendoci la possibilità di sfiduciarli o di disdire le tessere, si è pensato che due anni erano abbastanza per fare sia bene che male. Avevamo lo svantaggio che se era un buon rappresentante non aveva tempo a sufficienza per lavorare e dimostrarlo, viceversa, eravamo avvantaggiati se era un pessimo rappresentante e dopo solo due anni se ne andava a casa. Addirittura non vi era la possibilità di essere rieletto immediatamente quindi ne di perpetrare il bene o il male. D’altra parte, non essendoci la missione forfetaria, la possibilità di alloggiare in albergo, di indossare gli abiti borghesi, di fare i comunicati stampa senza il rischio di denunce e punizioni, fare il rappresentante effettivamente voleva dire fare i missionari, perché pretendere tanto? In questo gioco strano della tutela del personale militare, vi era un elemento che oggi manca, quello della partecipazione del personale. C’era tanta buona volontà, condivisione e speranza. Le sale cinema aeroportuali colme di personale davano vita ad uno spettacolo acceso tra candidati. Coloro che uscivano fuori dalla selezione per l’elezione, veramente avevano la forza morale per potersi dire portavoce di interessi collettivi. Si che c’era attenzione del loro operato, alle delibere e alle loro dichiarazioni. Punizioni e vessazioni hanno fatto storia sulle spalle dei primi pionieri. Bastava poco una dichiarazione personale per essere puniti e denunciati. In quei primi momenti il malcontento era comune, conosciuto ed acceso. In tale contesto se ci fosse stata una durata del mandato superiore, la rieleggibilità forse avrebbe fatto la differenza. Nel momento della partecipazione non c’era la rieleggibilità viceversa nell’estraneità e indifferenza degli elettori ecco arrivare la ciliegina sulla torta della proroga e rieleggibilità. Cosa è successo da allora ad oggi? Ha ancora senso parlare in questi termini? Prima si è detto che due anni erano pochi per un mandato e si è passati a tre[2], poi si è aggiunto il gettone di presenza per le riunioni dei Rappresentanti. Successivamente, si è aggiunto il fatto che i rappresentanti erano esonerati dall’aggregazione e potevano, durante le missione, alloggiare in albergo. Poi, ad un certo punto non si capisce dove e quando si è detto che i coir[3] e i cocer possono stare fino quattro settimane al mese a Roma in missione per espletare la rappresentanza. Grazie ad un abile gioco fatto sull’interpretazioni delle Segreterie Permanente e dei Gruppi di Lavori e soprattutto alla disponibilità di Stati Maggiori ecco giustificate le quattro settimane non comprese nella legge. Si è aggiunta la possibilità di fare comunicati stampa[4] attraverso delibere approvate a maggioranza a firma del presidente, cosa che invece fanno tutti. Non a titolo personale ma in qualità di rappresentante. Qualcuno, per darsi tono si firma Presidente di categoria, quando sappiamo benissimo che non esiste il Presidente[5] di categoria, bensì il Presidente dell’organo di rappresentanza ovvero il più alto in grado. Nessuno dice niente e si preoccupa di queste incongruenze, passano in silenzio in un clima di disinteresse e non partecipazione. Sempre nell’ottica di dare maggiore forza ai nostri consigli cocer è stata obbligata l’amministrazione[6] a reciproci scambi di informazione con apposite riunioni. In caso di contrasti interpretativi con gli Stati Maggiori i cocer possono adire direttamente Consiglio dei Ministri e Ministro Funzione Pubblica per esprimere le loro osservazioni. In mezzo a queste scomposte modifiche, ci sono stati due mandati (VII mandato e quello attuale) a cui è stata data una proroga, giustificate ad arte, direttamente dal politico e non dagli elettori. In questi 27 anni tutte le modifiche apportate sono state frutto di un copia e incolla da altre situazioni senza badare all’omogeneità e coerenza della legge originaria e dei principi posti a fondamento. Si sono mischiate leggi, circolari, norme modificate e consuetudini accettate. Un minestrone “buono”o solo per coloro che si apprestano a fare i rappresentanti che a prescindere dalla quantità di consenso ricevuto, dalle competenze tecniche necessarie, dal lavoro individualmente e collegialmente prodotto, dalla presenza di evidenti conflitti di interessi, parlano, deliberano, scrivono a nome proprio. Di questo aumentato peso e benefici dei nostri Rappresentanti abbiamo ricevuto altrettante grazie? Quando si inizia ad invertire il trend? Quando si ricomincia a parlare di elettore? In tutti i passaggi quello che non è mai mancato è la giustificazione alla modifica della legge originaria, sarebbe interessante fare la storia delle giustificazioni per ogni cambiamento. Molto probabilmente ci renderemmo conto di quanto di parte siano state le motivazioni. Tutte ragioni autoreferenziali, volte non a recuperare il rapporto tra elettore ed eletto ma a rafforzare la rappresentanza in se stessa indipendentemente dal consenso. La chiave di volta non è stata quella di dare valore e peso ai concetti di cui ognuno poteva essere portatore, ma di rafforzare astrattamente lo strumento. Il consenso sia in positivo che in negativo è stato messo da parte, dimenticato. Anzi si è fatta una lotta inconscia al consenso, alla partecipazione. Di fatto oggi avviene che ogni rappresentante fa la sua comunicazione, ha il suo sito, la sua news letter, spesso in contrasto con i colleghi del coir o del cocer, che mette confusione e genera disaffezione. Chi ha ragione? Si chiede la gente. L’esercito o l’Aeronautica? Tizio o Caio? Eppure, la vecchia L.382/78 e il susseguente DPR 691/79 avevano chiarito bene questo aspetto, la possibilità di esasperati personalismi. Cosa ci si può aspettare in ambito interforze con queste forti accentuazioni? Non si pretende una visione monolitica, esente dal dibattito plurale si tratta solo di voler conoscere quale piccolo-sistema filosofico si cela dietro questa o quella richiesta. Dietro la parametrazione, il riallineamento quali sono i motivi coerenti per l’approvazione o negazione della proposta? La maggior parte di noi ormai è convinta che la politica partitica sia la sostanza della differenza. Questa mancanza di Capo Gruppo, di Segretario, di portavoce unitario all’interno della Rappresentanza, nell’assoluto libero arbitrio ha generato frammentazioni difficilmente riconducibili. Su questo punto abbiamo ancora chi osanna questo nuovo sistema e chi lo condanna con lo stesso vigore e ragione! Ma chi ha ragione? In buona sostanza abbiamo delle correnti politiche senza avere le tessere e dato la delega per fare questo lavoro. Si ha l’impressione che ognuno bussa al proprio politico e cerca la soluzione senza l’esigenza di una condivisione tanto della base quanto dei suoi colleghi di rappresentanza. Se va bene, va bene, altrimenti la giustificazione “ad hoc” si trova ed avrà la sua dignità tanto quella opposta. I sofisti conoscevano bene questo principio e come attestava Protagora per ogni affermazione ve ne una di segno opposto di uguale valore, si tratta solo di conoscerla! Chi ha capito bene la situazione sono gli stati maggiori ed i politici che assecondando questo atteggiamento svincolato da ogni sistema di garanzia per l’elettore lasciano perdere ogni esigenza di formalità legislativa e si guardano bene dall’evidenziare e ricomporre l’atteggiamento personalistico. Salvo richiamare di tanto in tanto qualche delegato per i toni accesi o non consoni. Ciò provoca quel atteggiamento di malevolenza e sfiducia non più solo verso la Rappresentanza in quanto strumento ma in quanto attori di una commedia già vista. Oggi si allontanano da questo sistema rappresentativo non solo coloro che lo ritengono ampiamente superato dalla libertà associativa, ma anche coloro che lo vorrebbero e lo trovano politicizzato, autonomo senza alcun vincolo con i propri elettori. Vedete amici, al fine di evitare di essere frainteso, in senso relativo la durata del mandato a 4 anni, oppure la rieleggibilità, sono principi difficilmente criticabili. Sono regole che garantirebbero coloro che rappresentano gli altri, ma agli elettori chi ci pensa? Nella politica quanto nel sindacato vi è la possibilità di disdire la tessera e partecipare il proprio malcontento, nonostante tutto è ancora poco. Nel mondo politico e sindacale si conosce direttamente in numero di consensi persi quanto costa una decisione piuttosto di un'altra. Nella rappresentanza chi si cura del malcontento degli elettori? Il principio di fare comunicati stampa messo a disposizione del Consiglio è un ottimo strumento, nelle mani dei singoli genera confusione e disaffezione. Sarebbe come dire che a fronte di un principio di autonomia economica di un sistema rappresentativo, una volta ottenuta si distribuiscono le risorse ai singoli delegati. Ebbene se il principio viene così distorto non voglio alcuna autonomia economica. Nell’alveo del cosiddetto pluralismo costituzionale, nelle more del diritto di opinione si nasconde un libero autoreferenzialismo svincolato dall’elettore dalla possibilità di dire basta in alcun modo se non dopo lunghi quattro anni. Nei ben 27 anni trascorsi, in tutte le proposte e modifiche alla rappresentanza non ho trovato alcun indizio che facesse trasparire la possibilità da parte di qualcuno di sfiduciare nessuno. Mai una “propostina” a garanzia dei rappresentati. Non ho avuto modo di vedere proposte di modifiche che si facciano carico della Responsabilità di chi rappresenta, ad esempio il quorum minimo di elettori oppure quello per essere eletti. Anche il quorum minimo degli elettori si dovrà pur un giorno cominciare a considerare. Di fronte ad una percentuale di votanti, come quella attuale, che si aggira tra il 40 e il 50%, suddiviso tra tanti andidati, non possiamo avere lo stesso numero di rappresentanti dovremmo farci carico anche di chi non si esprime, oppure non accetta questa logica. Perché non si parla mai di ridurre il numero di rappresentanti di fronte alla non partecipazione degli elettori? Perché non dovrebbe essere una responsabilità di chi intende parlare a nome di altri quella di recuperare la non-partecipazione? Quale è la minoranza minima per cui è accettabile possa esercitare una delega? Perché non si parla mai di rendere pubblici i verbali di riunione in cui sono evidenti le opinioni, il dibattito e le presenze di ogni rappresentante? Lo si fa per il Parlamento e per la nostra rappresentanza no. Perché non si chiede agli elettori se questa rappresentanza ha ancora senso oppure è superata? Sono domande scomode che in tutti questi anni solo poche persone hanno evidenziato. E’ meglio soprassedere e parlare di potere contrattuale, negoziale, assembleare senza nessun vincolo per chi lo deve esprimere. Ci manca solo che si possano votare l’aumento di stipendio o gettone di presenza (quest’ultimo già è avvenuto) e poi non manca niente. Per non parlare del futuro in cui qualcuno auspica, probabilmente prendendo spunto dalla politica, che i cocer siano votati dai cobar oppure dagli elettori stessi, senza parlare di pesi e contrappesi che comportano una rappresentanza popolare. Al di là della condivisione o meno di tutta l’allora formula rappresentativa, in cui oggi appare pleonastico sottolineare l’incapacità, molti erano convinti sin dall’inizio che la rappresentanza si sarebbe occupata delle “mele e pere”. In compenso si deve dare atto che questa prima legge aveva una certa coerenza e teneva conto di pesi e contrappesi. Gli innesti, tagli, rattoppi, apportati in quasi 30 anni hanno creato un FRANKESTEIN rappresentativo. Un misto di legge, norme, circolari, consuetudini che non solo non hanno niente a che vedere con quella originaria concezione di tutela ma sono altrettanto mostruose in un contesto quotidiano completamente superato. Abbiamo un calderone in cui la frammentazione e i personalismi vanno a braccetto con il disinteresse e la mancanza di partecipazione, con il rischio che l’avidità faccia da padroni. Non dimentichiamoci che con l’attuale sistema di missione forfetaria, di 100 euro giornalieri, diventare rappresentante cocer o coir con istanza a Roma è una occasione ghiotta per decidere di candidarsi. Basterebbero belle parole, una faccia simpatica, nel disinteresse diffuso, per passare il turno e fermarsi 4 anni a fare bene o male a seconda delle propensioni. Dopo di ché, grazie alla visibilità, alle GIUSTIFICAZIONI ad arte, per questa o quella decisione assunta durante il mandato per ripetere l’esperienza. Nel frattempo matureranno le condizioni per richiedere rieleggibilità per il terzo mandato. Siamo figli della Frankestein-mania, in mancanza di originalità si taglia e si cuce, si copia e si incolla in tutti i settori. Abbiamo avuto un riordino fatto a pezzi che ha accontentato pochi. Una ristrutturazione territoriale a sobbalzo senza garanzie per gli elettori. Indennità operativa distribuita a singhiozzo e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di invertire il trend, di cominciare dal principio, separando la luce dal buio, la terra dal mare e costruire un nuovo schema di tutela contestualizzandolo al nuovo modello di difesa, alla nuova figura professionale del militare, tenendo conto soprattutto del contesto europeo. Forse facendo così si può creare la speranza di uscire dalla Frankestein-mania, recuperando la partecipazione, l’elettore e l’interesse verso questa nostra forza armata. Ricerchiamo quella GIUSTIFICAZIONE originaria per la quale accettiamo che qualcuno parli a nome nostro per capacità, disponibilità e responsabilità, in una parola per autorevolezza. La politica ha imparato fino ad ieri a giustificare bene la non-partecipazione con il disinteresse, il menefreghismo e l’indolenza dei cittadini. Dopo i recenti referendum dovendo interpretare il NON CONSENSO si è parlato di posizioni ragionate e con la stessa dignità di chi aveva espresso il voto. Vogliamo, in qualche modo, farci carico anche di coloro che sono stufi e non partecipano? E’ possibile dare una patria anche a queste persone? Ora il problema che si pone è questo: è meglio avere dei rappresentanti che hanno il tempo per fare il contratto oppure fare un contratto con gli elettori che in caso di malevolenza possono perdere la delega ricevuta? Giovedì 30 giugno 2005 Kronos il Lupo della Sila [1] DPR 4/11/79, n.691- RARM – Art. 12 “Tutte le operazioni inerenti le rappresentanze militari sono svolte dal personale per “motivi di servizio”. .. “Ai singoli delegati nella loro qualità di componenti dell’organo di rappresentanza è vietato: b) rilasciare comunicati e dichiarazioni…. al di fuori degli organi di appartenenza”; c) avere rapporti di qualsiasi genere con organismo estranei alla FF.AA.; f) Assumere iniziative che possano infirmare l’assoluta estraneità delle FF.AA alle competizioni politiche. [2] DPR 28 Marzo 1986, art. 3 [3] DM 9/10/1985 - R.I.R.M. – Art. 13 PERIODICITA’ DELLE RIUNIONI “.. Di regola i cobra si riuniscono almeno una volta al mese, i Coir almeno una volta ogni due mesi, le sezioni Cocer e il Cocer interforze almeno ogni tre mesi” [4] DPR31/7/1995, n.394 [5] DM 9/10/1985 - R.I.R.M – artt. 5 e 6 [6] D.LVO 12/05/1995, n.195 – artt. 7 e 8; DPR 16/03/1999, n.255 – artt. 15 e 16
|
30 Giugno 2005 |
|
|
|
||
|
|
CIRCOLO VIZIOSO
..."Oramai il mandato era alla fine malgrado tutte le questioni aperte ed in sospeso. Il contratto, la riforma della RM il riordino e tutte quelle guerre interne ed esterne fratricide sembravano oramai fuori luogo e demodè. Successe un po’ come quando muore qualcuno che immediatamente dopo diventa buono e bravo, così, verosimilmente all’incombente fine del mandato, tutte quelle spaccature trasversali si ricomposero per dividersi sostanzialmente in due correnti. Una posizione minoritaria chiedeva un intervento governativo per emendare l’attuale legge ed ottenere la rieleggibilità. Un'altra fazione, voleva la proroga del mandato di un altro anno, per avere il tempo di mettere mano alla riforma della rappresentanza prima delle votazioni. Il circolo finalmente si era chiuso, eravamo approdati al punto dei nostri predecessori[1]. Quello delle ultime ore del loro mandato, al momento che chiedevano proroghe per riformare la rappresentanza. Ricordo che un giorno mentre uscivamo dall’ufficio di un politico in parlamento, vi erano altri colleghi ad aspettare nell’atrio. La sera, casualmente, ci rincontrammo al ristorante, sempre con le stesse persone, al che, un delegato di non ricordo quale forza armata, disse “scommetto che questa volta siamo andati dai vari politici tutti per la stessa cosa…” In effetti eravamo partiti all’inizio del mandato con la volontà di bloccare la riforma della rappresentanza, che i nostri predecessori in qualche modo, negli ultimi momenti avrebbero voluto accelerare poiché almeno avrebbero usufruito della possibilità della rieleggibilità, e concludevamo con volontà di riaprire, accelerare la riforma bloccata da qualche parte. Esclusi questi due momenti forti di discussione, prima per bloccare la riforma ed infine per riaprirla, nell’intermezzo, durante i tre anni, niente di niente. Anzi, più precisamente, avevamo fatto dialettica, loquela e affabulazione sclerotica. Bisognava discutere, aver le idee chiare tanto che in ogni riunione riaffiorava l’annoso problema SINDACATO O RAPPRESENTANZA FORTE? QUESTO ERA ( e sarà) IL PROBLEMA!".... [1] Gli stessi Rappresentanti di questo mandatoAprile 2002
LA STORIA CONTINUA....
Questo succedeva nel mandato precedente, in quell’attuale, fortuna loro, è andata diversamente! Mentre noi, rappresentanti dell’ottavo mandato, nonostante il desiderio forte di rimanere, siamo stati GIUSTAMENTE mandati a casa, questi colleghi del nono riescono ad avere una sostanziosa proroga. Sarà per il fatto che alcuni di loro sono dei professionisti della proroga, non dimentichiamoci che nel VII mandato riuscirono ad ottenere ben due proroghe. Sarà per il fatto che ci hanno messo più impegno per ottenere questo risultato giacche oggi vi è la missione forfetaria mentre nel nostro mandato No. Sarà per il fatto che gli Stati Maggiori e politici li trovano più preparati e rappresentativi di noi. Sarà per il fatto che dopo loro vi è il vuoto assoluto, l’impreparazione totale, il menefreghismo imperante e il bieco opportunismo. Sarà per il fatto che la democrazia giorno per giorno diventa sempre più un optional, i diritti stanno diventando come gli alberi della foresta amazzonica ogni giorno ne cadono tanti. Sarà per il fatto che se i politici si votano l’aumento i Rappresentanti si possono deliberare la proroga e ciò non deve scandalizzare nessuno. Sarà per il fatto che agli elettori, chiunque stia al COCER, poco interessa e non c’è bisogno ne di manifestare contro ne a favore, nonostante non si esercita il proprio diritto al voto. Sarà per il fatto che l’elezioni costano e in momenti come questi anche i piccoli risparmi fanno comodo al bilancio del paese. Sarà che l’11 settembre ha cambiato tutto ed impone un continuo stato d’emergenza, Comunque sia, come diceva la canzone CHE SARA’ SARA, fatto sta, che portano a casa un ottimo risultato per loro e per chi pensa che questa Rappresentanza ha fatto il suo tempo! Con una mossa sono riusciti ad accontentare due compagini: se stessi e chi è contro la Rappresentanza COMPLIMENTI PER QUESTO RISULTATO, E’ L’UNICO CHE RIESCO A FARE! Con affetto e stima
KRONOS il Lupo della Sila
|
Ottobre 2004
|
|
|
IL SINDACATO FORSE NON SERVE A NULLA
Tempo fa, sul sito militari.org lessi una lettera di un collega con il titolo, IL SINDACATO FORSE NON SERVE A NULLA. Dopo alcune considerazioni personali, l’articolista finiva con invito a riflettere con l’adagio famoso “meditate gente, meditate”. Così, cogliendo l’invito alla riflessione, pensavo che anche la bomba atomica non serve a nulla. In effetti, sta lì negli arsenali, con tanto di manutenzione, servizio di sicurezza, sperimentazione e non serve a nulla. Per quale motivo si spendono miliardi e miliardi per un’arma che non si usa mai (almeno in questi ultimi 50 anni)? Per quale motivo le nazioni che ne mancano si sforzano per averla? Per quale ragione, tutte le categorie necessitano di un organismo al di sopra che li tuteli? Perché gli industriali hanno bisogno della Confindustria per prospettare i loro interessi di fronte al governo e alle parti sociali? La Confartigianato è o no un’associazione di categoria per la tutela degli artigiani? La Confesercenti fa o no la stessa cosa per i commercianti? Gli avvocati, cultori del diritto, difensori di mafiosi, politici, miliardari e multinazionali, a loro volta, hanno bisogno di un ordine professionale che li tuteli individualmente e faccia propri gli interessi di categoria, come mai e perché? Ma i CC, che portano le stellette, che sono una nuova forza armata e che non hanno il sindacato, sono davvero così più efficienti dei colleghi della polizia? Non ho intenzione di esprimermi personalmente ma, senza allontanarsi dalle fiction televisive ovvero all’immaginario collettivo, tanto sono bravi gli uni quanto gli altri. Mentre non v’è discussione sul primatur degli uni sugli altri professionalmente, non è possibile dire la stessa cosa per quanto riguarda i diritti individuali dei singoli tutori dell’ordine. Non ho memoria che la polizia ha avuto la necessità, nella propria contrattazione, di rifarsi a benefici dei CC. Viceversa ho visto i secondi rivendicare i livelli, l’orario di lavoro e il riordino delle carriere sulla base di quanto già avevano, molto tempo prima, i colleghi poliziotti. Come mai, in molti paesi europei i militari hanno il sindacato, sono meno efficienti di noi? A questo proposito molte volte ho sentito dire che ancora in Italia non siamo maturi, non abbiamo la mentalità adatta, in compenso però tutti siamo d’accordo a richiedere la parificazione stipendiale con i cugini europei. Come dire che per i soldi la mentalità si adatta facilmente! Gli unici a non avere e a non volere un organismo che li tuteli sono i preti ma loro si sa, dipendono direttamente dai cieli. Intanto che avrei bisogno delle risposte, possibilmente dal collega che invitava alla meditazione, mi sovviene un aneddoto. Una sera discutevo con un amico di palestra, campione nazionale di Judo, su sindacati e scioperi. Egli, non credeva fosse giusto che durante gli scioperi, alcuni suoi colleghi del sindacato facessero il picchetto fuori dei cancelli. A dispetto di quelle intenzioni in occasione di una manifestazione decise di entrare sia per mettere alla prova se stesso sia per tastare il polso degli altri: “..tanto li conoscevo ad uno ad uno...”. Così entrò poiché nessuno gli oppose resistenza. “..Dopo essere entrato, ho visto che eravamo in pochi, in compagnia dei peggio lecchini e sono immediatamente riuscito…” . Un grande maestro giapponese amava dire che i nostri si hanno valore solo quando, dentro noi stessi, sappiamo di poter dire No. Sono d’accordo che il sindacato, l’associazione o ordine professionale, non può e deve rappresentare tutti, però, coloro che ne vogliono restare fuori non devono, sulle rinunce e prese di posizioni degli altri, usufruire successivamente di eventuali benefici. Per alcuni aspetti, questo principio oggi si manifesta nel divieto d’estensione delle sentenze. Grazie a questa norma, inserita nella finanziaria del ‘94, i benefici del giudicato non sono estendibili a coloro che non hanno esperito il ricorso. Libertà e diritti nella storia dell’uomo non sono stati mai elargiti gratuitamente ma a costo di sangue e patimenti, a tal proposito ho riportato in fondo la definizione di libertà dal dizionario enciclopedico filosofico. Per quanto mi riguarda ognuno ha il diritto concertarsi/contrattarsi i propri diritti, non sia mai che operando singolarmente i benefici siano maggiori. Ognuno ha la libertà di scegliere ma non quella di approfittarsi dei principi e dell’affanno altrui. Sono convinto che in questo modo non ci sarebbero picchetti, penso che ognuno si sentirebbe responsabile della propria decisione. Sono persuaso che l’amministrazione nel cercare di delegittimare il ruolo sindacale si premunirebbe di trattare bene i non iscritti mentre il Sindacato dal canto suo, si darebbe da fare non perdere i propri associati. Solo nell’ambito di forze che maggiormente sono in competizione, tutti ne beneficerebbero. Diffido sempre dell’adagio “meditate gente, meditate” poiché, a mio avviso, coloro che rimandando alla meditazione altrui perché presuppongono che loro la riflessione l’abbiano fatta e che la conclusione sia ovvia. E’ ovvio che laddove le conclusioni sono ovvie non sono conclusioni ma al limite evidenze, e le evidenze, a parer mio, sono come i coglioni…. ognuno ha i suoi!
Dal Libro dietro le Quinte Kronos Il lupo della Sila
|
OTTOBRE 2002 |
|
|
(una contraddizione di termini)
Una delle nenie più ricorrenti, di cui non ho mai capito il concetto da evincere, è stata “sono/siamo per una Rappresentanza Forte”! Ho sempre diffidato della parola forza poiché a mio avviso si contrappone ad intelligenza. Forse perché mi ricorda l’adagio che tante volte i nonni o i genitori ripetevano “chi non ha buone gambe ha buon cervello”. Ancora oggi, quell’aforisma dei nonni, la pubblicità lo riprende e lo riadatta per uno spot di una macchina ideando il ritornello “la potenza è nulla senza il controllo”. Ogni volta che risentivo questa tiritera c’era qualcosa che non andava. Mi domandavo, cos’è la forza? Cos’è una Rappresentanza? Che significato ha quest’accoppiamento? Ho provato così a rispondere con i primi concetti che mi venivano alla mente - “fatta di persone forti caratterialmente”, però mi ponevo il problema di come si potessero scegliere - “fatta d’autonomia e regole proprie”, quindi dovrebbe essere esterna - “fatta di maggiore partecipazione del personale”, ma la partecipazione non la si può imporre. L’aggettivo forte si può coniugare con tutto, tranne che con la parola Rappresentanza. Si può dire che un uomo è forte, inteso non solo fisicamente ma anche caratterialmente; si può dire che un vino o liquore è forte, cioè che ha una alta gradazione alcolica; si può dire che un bevitore è forte quando resiste bene all’alcool; pure la colla può essere forte nel senso che attacca molto bene; l’eloquenza forte è quella che avvince l’uditorio; possiamo persino dire a noi stessi o ad altri di farsi forte nel senso di farsi coraggio; l’appetito forte è sinonimo di grande, notevole; mentre le azioni, imprese e sentimenti sono forti quando sono alti e nobili. Dall’altra parte il lemma Rappresentanza esprime l’atto, l’effetto del rappresentare, il compimento di un’attività giuridica in nome e per conto di altri. Può essere legale, in altra parola conferita per legge – volontaria, tramite delega o procura – popolare, eletto a ricoprire una carica - proporzionale che tiene conto delle minoranze – Nazionale, quando parliamo di Parlamento. Per mutuare l’aggettivo forte nell’uso corretto, una Rappresentanza Forte è un concetto forte, vale a dire difficile da capire. Non era mia intenzione fare delle disquisizioni linguistiche, di cui per altro, non ne sarei all’altezza, ma cercare di risolvere quel dubbio originario e personale, nel significato profondo, delle parole che affermano delle nozioni. I vocaboli possono essere inglesi, senegalesi o semplicemente dei gesti, ma i pensieri, il significato quello deve essere il medesimo, logico e comprensibile. La parola sindacato viceversa è l’atto l’effetto del sindacare cioè dell’esaminare, controllare rivedere l’operato di persone enti, amministrazioni. Il sindacato, associazione, ordine professionale può essere forte solo contestualmente ad altri e solo quando questo ha più iscritti delle altre confederazioni. Non voglio esercitarmi sulle motivazioni personali per questa o quella preferenza ma, sicuramente, mi preme rilevare l’esigenza di logica ed omogeneità nell’ambito di ciascuna scelta. Dobbiamo innanzitutto decidere se essere propositivi o controllori minuziosi. Si deve scegliere se desideriamo rappresentare, rendere noto, simboleggiare, oppure rivedere, mettere in dubbio, rivendicare, sindacare. Dopo di ché, a mio avviso, per rappresentare, vale a dire rendere visibile, l’essere propositivo è giusto che sia il collega più bravo, più rappresentativo, che si distingue tra i tanti, meglio piazzato in graduatoria, quello più "medagliato", che meglio esprime la militarietà. Il collega che non ha dubbi sul comportamento del superiore e che inserisce proposte ben considerando l’ambiente. Non a caso l’uso dell’aggettivo forte si addice solo nell’evenienza di una rappresentativa sportiva in altre parole formata dai migliori atleti. In questo modo scioglieremo il dubbio a chi sostiene che le persone che vi partecipano sono degli sfaticati e approfittatori. Allo stesso tempo, i nuovi delegati, sarebbero supportati da una autorevolezza propria, che non gli deriva dalla dialettica, dall’affabulazione e da una faccia simpatica ma dalla loro stessa avvalorata specificità militare. Questo stesso principio si applica per chi rappresenta l’Italia all’estero e non mi sembra che siano votati. L’amministrazione, sulla base dei requisiti minimi richiesti, sceglie chi ritiene migliore. D’altra parte, che senso avrebbe votare chi non deve fare l’avvocato dei colleghi, ma semplicemente il tecnico, il suggeritore, il consigliere dell’amministrazione? L’Avvocato può accettare o non accettare l’incarico, ma quando l’accoglie, deve far fede, secondo scienza e coscienza, per scagionare il suo assistito, quand’anche è il peggior criminale. La domanda nasce spontanea, è necessario che il buon Rappresentante sia un buon militare? In questo breve ragionamento ho individuato tre possibili situazioni. La prima, quando le due cariche s’identificano “nell’uomo buono”, in questo caso abbiamo una amministrazione ipotetica ideale, dove ognuno contribuisce, per la propria parte, al bene comune. In questa forza armata immateriale non ci sarebbe nessuno che chiederebbe più di quanto gli spetterebbe e nessun altro negherebbe il giusto a nessuno. La caratteristica “uomo buono” porterebbe giovamento sia al militare che al Rappresentante. Ciò è immaginario e utopistico e come pensare ad una società senza ladri, avvocati e giudici. La seconda possibilità, quando le due cariche s’identificano nelle funzioni (buon militare e buono rappresentante), in questa coincidenza, si potrebbe avere una buona amministrazione. Basta che ognuno faccia il suo dovere ed adempia i propri compiti e le cose vanno bene. Solo che le funzioni sono diverse, quelle del buon soldato sono quelle del buon specialista, poiché non rientra tra le sue responsabilità il benessere del personale che sono, invece, compiti del suo Capo. Sono, infatti, doveri del capo armonizzare bisogni individuali con quelli di una forza armata. Anche in questo caso non ci sarebbe bisogno della Rappresentanza poiché sarebbe un elemento ridondante, ad una struttura che, già per via gerarchica, assolve al benessere di tutti. La terza evenienza è la nostra, quella della forza armata reale, quella che viviamo tutti i giorni. Dove anche il capo supremo, essendo militare e quindi buon professionista, l’aspetto tecnico così accentuato lo contrappone e lo estranea dall’aver cura del proprio personale. Ecco allora nascere la figura del Rappresentante come militare con la funzione di osservare, vigilare e badare al benessere dei suoi colleghi. Se il militare, nella sua accezione generale, è il buon professionista nei suoi compiti, lo deve essere anche nel ruolo di rappresentante. Ma, cosa lo rende buono specialista nel tutelare il benessere del personale? Due possibili qualità, quelle intrinseche allo status militare e quelle extra-militare. Sono caratteristiche necessarie quelle che esprimono la militarietà, la capacità provata di conoscere doveri e funzioni, sono caratteristiche accidentali ed esterne quelle che si riferiscono alla cultura e alla capacità di raccogliere consenso. Ecco chiudersi il cerchio, quando vogliamo una Rappresentanza interna, il buon Rappresentante deve essere necessariamente buon militare, anzi il migliore. Nel caso di rappresentante sindacale o di un ordine professionale, questi attributi sono superflui la sua forza, gli deriva dalle deleghe a lui attribuite, dai voti. La sua cultura, capacità dialettica e di mettere in discussione è parte preminente per l’espletamento della sua attività. La sua stessa revoca è un atto che deriva dagli elettori. Egli è testimone ed avvocato sincero solo dei suoi votanti e non dell’amministrazione. Altra soluzione, all’idea che vede i rappresentanti campioni d’opportunismo, sarebbe quella usata nell’antica Atene per la designazione dell’assemblea cittadina, tramite un sorteggio preliminare. I Rappresentanti estratti, a loro volta, sceglieranno chi farà il Coir o Cocer. In effetti, ogni militare avrebbe dignità e capacità per espletare l’incarico ed eventualmente per motivi personali farsi da parte. Ho affrontato detti ragionamenti anche alla luce delle nuove disposizioni concernenti le missioni che consentono di scegliere il trattamento economico forfetario di 100 Euro al giorno. Va da se che in queste nuove condizioni, portare a termine il mandato Cocer, per ben 3 anni in seduta stabile a Roma, sarà ancor più allettante. Se dunque è vero che il fallimento della rappresentanza è conseguenza di colleghi campioni di comportamento interessato, figuriamoci con queste nuove norme cosa può succedere. Chissà quali lungimiranti approfittatori si avvicineranno? In questo momento abbiamo un “papocchio”, non abbiamo né rappresentanti che si fregiano della loro autorevolezza di militari, né avvocati liberi e forti del loro consenso. Oggi si ha quella mistione che non accontenta né gli uni né gli altri anzi, è facile preda d’ogni critica, dall’opportunismo personale, alla vigliaccheria o addirittura alla doppiezza di ruolo. Possiamo quindi concludere che una Rappresentanza può essere legale, proporzionale, volontaria, su delega, ma certamente non può essere forte. Forse è come dire “l’acqua forte” o “l’acciaio molle” una contraddizione di termini! KRONOS il Lupo Della Sila
Aprile 2002
|
Aprile 2002 |