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Altri articoli
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16.11.09
NASCE NUOVO PARTITO PER GLI OPERATORI della sicurezza e difesa |

Avv. Giorgio Carta
www.studiolegalecarta.com
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06.09.09
DIMISSIONI DAL
PARTITO DEI MILITARI
Cari amici,
lo scorso 5 ottobre, ho formalizzato le mie
dimissioni dalla carica di Presidente e da iscritto al PDM, Partito
per la tutela dei Diritti dei Militari. La mia scelta non è stata
estemporanea, ma, anzi, lungamente ponderata già a partire da
agosto.
Mi sento in obbligo di rappresentare a tutti
coloro che hanno seguito e partecipato al progetto che continuo a
condividerne gli obbiettivi e le finalità e che, però, ho dovuto
prendere atto di non condividere le modalità di azione della
Segreteria ed i toni, troppo spesso improntati alla violenza
verbale, all’attacco personale verso singoli (con una sconcertante
propensione verso i delegati della rappresentanza) ed alla peculiare
modalità di scelta degli obbiettivi concreti.
Confidavo di riuscire a controbilanciare il
temperamento personale dei taluni compartecipi al progetto, specie
in relazione allo stile di azione, ma ogni mio sforzo in tal senso è
risultato vano, tanto da indurmi a non riconoscermi in alcune
iniziative mediatiche e istituzionali intraprese dall’attuale
Segreteria del PDM e contrassegnate da un mero risentimento
personale sterile di effetti ed, anzi, idoneo a fomentare malumori
ed ulteriori divisioni interne nel già troppo parcellizzato mondo
militare.
Desidero, invece, ringraziare pubblicamente il
Deputato Maurizio Turco, il cui raro impegno e la sincera e
disinteressata disponibilità verso i diritti dei militari
rappresentano oggettivamente un unicum nel panorama politico
istituzionale italiano, tanto da farmi rammaricare che tali qualità
umane siano state talvolta oggettivamente frustrate da talune scelte
irresponsabili del PDM, disperse in inutili rivoli di odio e
conflittualità e, comunque, non utilizzate in modo ottimale.
Il grande riscontro ottenuto da tanto personale
del comparto sicurezza e difesa (credetemi, superiore ad ogni
aspettativa), mi induce oggi a non abbandonare chi ha creduto ed
ancora crede al progetto di un organismo politico il cui precipuo
scopo sia quello di tutelare i diritti ed alimentare la democrazia
interna del comparto sicurezza e difesa. E’ mio proposito, quindi,
di proseguire con altre modalità l’azione intrapresa e solo
momentaneamente arenata.
Il nuovo progetto è ancora in elaborazione e,
ancora una volta, ha bisogno dell’aiuto di tutti coloro che ne
condivideranno le finalità, con onestà e propositi costruttivi. Esso
avrà il nome provvisorio di Partito per gli operatori della
Sicurezza e della Difesa (PSD) e, come indica il nome, sarà
finalizzato alla cura ed al rilancio non solo dei militari, ma di
ogni operatore del comparto sicurezza e difesa.
Provvisoriamente, il PSD avrà come punto di
riferimento l’omonimo gruppo di facebook, cui presto seguirà un sito
web dedicato.
Roma, 7 ottobre 2009
Giorgio Carta
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QUALE
GIUSTIZIA PER I MILITARI E FORZE DELL'ORDINE?
Diamo per assodato che, in questo decadente momento storico, in Italia,
militari e appartenenti alle Forze di Polizia stanno male. Peggio ancora
degli altri cittadini.
Diamo pure per
assodato che il loro malessere solo in parte concerne la sfera
economica, anche se non va tralasciato che il rapporto di lavoro che li
vincola è il più sproporzionato che ci possa essere: in cambio di uno
stipendio modesto, militari e forze dell’ordine devono assicurare una
controprestazione smisurata che, in determinate circostanze, può
comportare anche il sacrificio della propria incolumità fisica e,
talvolta, della vita. La cronaca ci rammenta che tale eventualità non è
puramente teorica.
Scrivo questo mentre ripenso al racconto ascoltato a cena, qualche
giorno fa, da un Carabiniere, chiamato a sedare una violenta lite tra
due transessuali ubriachi, malati di aids ed autolesionisti, all’interno
di una stanza imbrattata ovunque di sangue. Quanto vale, in termini
economici, la prestazione professionale offerta alla comunità da questo
padre di famiglia con le stellette? Fate voi il prezzo.
Come detto, però, il malessere di militari e forze dell’ordine
concerne sopratutto la sfera dei diritti ed il rispetto della loro
dignità umana e sociale. La legge di disciplina militare - che, per
inciso, risale ad oltre trent’anni fa - soffre il grande limite di voler
affidare l’efficienza degli organismi militari ad un unico gracile
presupposto: la ponderatezza, l’equilibrio e il senso di giustizia del
superiore gerarchico. Non è, però, previsto alcun contrappeso o
correttivo, in caso di abusi.
Se il summenzionato presupposto ricorre, la vita di reparto ed il
servizio sono sereni, pur nella coscienza della pericolosità della
missione svolta, e fa sì che il militare sia soddisfatto del proprio
lavoro e orgoglioso del ruolo sociale ricoperto (sopportando ovviamente
il fatto che chi inneggia al lanciatore di estintori Carlo Giuliani
difficilmente potrà essere recuperato alla civiltà).
Se, invece, la scala gerarchica difetta dei predetti requisiti
morali e umani, sono guai (per i sottoposti), perché la legge di
disciplina e, comunque, la normativa di settore ben si prestano a
divenire uno strumento di vessazione legalizzato.
Basti pensare a quanti procedimenti disciplinari vengono imbastiti sulla
generica «violazione dei doveri assunti col giuramento», una formula
giuridica astratta nella quale il superiore coscienzioso ricomprende
solo condotte realmente gravi, ma quello in malafede può compendiare
qualsiasi comportamento.
La normativa disciplinare non sarebbe di per sé persecutoria né
oppressiva, anzi ben consentirebbe, per esempio, a tutti i militari di
esprimere liberamente il proprio pensiero, di pubblicare scritti, di
partecipare a convegni e di riunirsi in associazioni.
L’unico, ma non irrilevante problema è che a tale disciplina
vengono attribuiti significati restrittivi, ben diversi, se non opposti,
a quelli avuti in mente dal legislatore. Il risultato è che oggi in
Italia non abbiamo associazioni di militari autorizzate (tranne la,
diciamo, peculiarissima ANC), ancora si puniscono i militari che
liberamente esprimono la propria opinione o pubblicano propri scritti
(vedi il caso Comellini) e via dicendo.
E’ evidente, però, che non sussiste solo un problema di gerarchie
militari soverchianti, ma anche uno di adeguatezza del sistema giustizia
(amministrativa) il quale, a parere di molti, non assicura affatto
l’auspicato bilanciamento dei rapporti di forza.
Infatti, se le scale gerarchiche si sentono autorizzate ad abusare
delle loro potestà è solo perché non sono soliti vedere i loro
provvedimenti illegittimi infranti su un fermo, coscienzioso ed
imparziale muro della Giustizia.
Mi riferisco alla giustizia amministrativa e non a quella penale
(militare ed ordinaria) che, viceversa, vedo spesso molto attenta e
sensibile nei confronti dei militari.
Come è noto, militari e forze dell’ordine sono sottoposti alla
giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, cioè essi non sono
soggetti al giudice ordinario, come invece accade per la gran parte dei
cittadini.
In questo caso, l’aggettivo “esclusiva” non è sinonimo di esclusività o
di privilegio, ma – purtroppo - di isolamento, di trattamento
differenziato.
La Giustizia amministrata dai TAR e dal Consiglio di Stato, infatti, non
sembra opporre l’auspicato argine alle prevaricazioni inflitte ai
militari.
Anzi, la tiepidezza se non, a volte, lo stretto collegamento con
l’apparato ministeriale, fanno del giudizio amministrativo l’ulteriore
supplizio inferto a fedeli servitori dello Stato che intendono reagire
ad un provvedimento ingiusto.
Mi scriveva l’atro giorno un militare le seguenti parole: «alla
fine mi sono dovuto arrendere poiché al superiore basta firmare un pezzo
di carta a noi tocca firmare gli assegni per difenderci e con i nostri
stipendi, con le famiglie a carico, l'unica cosa che si può fare e
cercare il quieto vivere, poiché la Giustizia in queste cose non
esiste».
Con tali premesse, ci si aspetterebbe che i Giudici amministrativi
assicurassero, se non una propensione a riequilibrare a favore del
militare il predetto disuguale rapporto, quanto meno una indipendenza ed
una imparzialità rafforzate ed oggettive nonché scevre da qualsiasi
sospetto di contaminazione e/o contiguità con ciò che è espressione
diretta o indiretta del potere pubblico, la parte “forte” del giudizio.
Accade, invece, tutto il contrario. Infatti, i Giudici
Amministrativi raramente fanno solo i Giudici Amministrativi. Molto più
spesso essi intrattengono rapporti professionali assai ben retribuiti
con la Pubblica Amministrazione di cui dovrebbero essere, invece, i
distaccati controllori.
E sufficiente consultare il sito web istituzionale della Giustizia
Amministrativa (www.giustizia-amministrativa.it
) per avvedersi della gravità e della diffusione del fenomeno degli
incarichi stragiudiziali assegnati ai magistrati dei TAR e del Consiglio
di Stato.
Come si può confidare nell’imparzialità del proprio giudice
naturale se questo viene retribuito con un emolumento extra da quello
stesso Ministero che devono poi giudicare?
Non solo, sempre i Giudici amministrativi, più volte nell’ambito della
loro carriera, vanno in aspettativa e divengono addirittura organici
all’Amministrazione con ruoli di altissima responsabilità, se non
addirittura impiegati presso le Autorità cd indipendenti o “garanti”,
per poi rientrare nei ruoli di provenienza e dispensare nuovamente
giustizia nei Tribunali in cui si controverte della legittimità
dell’azione amministrativa posta in essere dalle medesime
Amministrazioni e/o Autorità presso le quali hanno prestato servizio.
In un paese normale, per ovviare a tale scempio e calpestio dei più
elementari principi di convivenza civile, basterebbe applicare una norma
che già esiste: l’art. 51, primo comma, numero 3), del codice di
procedura civile, che, come è noto, impone al Giudice di astenersi dal
decidere su un giudizio se ha «rapporti di credito o debito con una
delle parti».
E invece no: nessuno obietta niente e la Giustizia amministrativa
italiana continua ad essere dispensata da chi, alla luce del sole,
intrattiene «rapporti di credito o debito» - seppure autorizzati - con
l’Amministrazione.
Va detto, poi, che l’anomalia degli incarichi stragiudiziali
copiosamente conferiti ai Giudici Amministrativi non mina solo
l’aspettativa di autonomia e di indipendenza nei confronti di chi
esercita la giurisdizione, ma anche la stessa possibilità che le
relative incombenze siano svolte in un tempo ragionevole.
Peraltro, mentre le lungaggini dei giudizi penali e civili sono note a
tutti, quelle dei giudizi amministrativi sono invece assai meno
conosciute e pubblicizzate dai media.
Per questo motivo, tutti si indignano quando scoprono che un
giudizio civile può protrarsi per tre anni, ma poi si ignora che in un
giudizio amministrato dai TAR, per veder fissata la prima udienza di
merito, si devono attendere in media 8 anni.
Ho personalmente curato alcuni ricorsi al TAR volti a contrastare
l’illegittima pretesa del Ministero della difesa di vietare ogni forma
di libero associazionismo tra militari.
Ebbene, provate ad impugnare un diniego di autorizzazione ministeriale
alla costituzione di un’associazione: bene che vada, il processo durerà
8 anni e, frattanto, il Ministero della difesa si sarà tolto – per un
tempo prolungato - il problema di quei militari che semplicemente
intenderebbero esercitare la libertà di associazione.
Eppure, quegli stessi Giudici che non riescono ad essere tempestivi
sulle istanze di giustizia sono spesso impegnati nella scrittura di
libri, in corsi formativi e lezioni, perfino aperti alla correzione, in
favore di società di formazione private, degli elaborati scritti di
centinaia di aspiranti magistrati che – pagando la relativa quota –
frequentano corsi di formazione e/o di perfezionamento.
Andando al merito delle decisioni assunte, poi, è notoria la
tendenziale insoddisfazione del mondo militare verso la risposta data
alle loro istanze di giustizia.
Aldilà delle singole pronunce, preoccupa la tendenza riscontrabile nei
giudici amministrativi di interpretare in senso restrittivo le già
restrittive norme applicabili ai militari.
L’esempio più clamoroso ed ingiustificabile è dato da quello che io
definisco il furto della legge n. 241/1990 perpetrato ai danni dei
militari.
Mi spiego meglio. La legge n. 241/1990 disciplina l’azione
amministrativa e prescrive alcuni fondamentali istituti giuridici di
garanzia quali l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento al
destinatario, il diritto di questi di partecipare con memorie e
documenti alla fase decisionale e l’obbligo di motivazione.
Detta legge sarebbe integralmente applicabile a tutti i provvedimenti
amministrativi che riguardano i militari, visto il chiaro disposto
dell’articolo 13, che definisce l’ambito di applicazione delle norme
sulla partecipazione.
Eppure, i Giudici Amministrativi hanno inventato di sana pianta una
regola che il legislatore non ha mai previsto, secondo la quale, per
esempio, a differenza di quanto previsto per i dipendenti civili dello
Stato, per i militari, non è configurabile una situazione giuridica
soggettiva tutelabile in ordine alla sede di servizio.
Pertanto, secondo i giudici, «l'Amministrazione non è tenuta a dare
conto delle ragioni che presiedono al trasferimento d' ufficio di un
militare da una sede di servizio ad altra, atteso che tali provvedimenti
sono qualificabili come ordini che attengono ad una semplice modalità di
svolgimento del servizio e, come tali, sono ampiamente discrezionali».
Di conseguenza, è considerato legittimo pure il trasferimento di un
militare disposto dall’oggi al domani, senza preavviso né motivazione.
Eppure, per il legislatore, non esiste affatto l’autonoma categoria
degli ordini che, in quanto tali, sarebbero sottratti alla disciplina
della legge n. 241/1990.
Per il legislatore esistono i provvedimenti amministrativi tout
court, sottoposti alle normali regole, anche se promanano da un’autorità
gerarchica. Ecco perché dico che la legge n. 241/1990 è stata
arbitrariamente rubata ai militari.
In conclusione, a me pare che la Giustizia dei militari e delle forze
dell’ordine passi purtroppo attraverso un imbuto via via più stretto,
atteso che una normativa già restrittiva, viene resa ulteriormente
oppressiva, prima dall’interpretazione delle gerarchie militari, poi da
quella dei Giudici. Quanto si ancora potrà tollerare un tale stato di
cose?
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Per un dispetto del mio superiore, sono stato
denunciato per rivelazione del segreto d'ufficio. Il P.M. l'ha
archiviato perchè le motivazioni erano infondate dato che spontaneamente
mi sono presentato da lui con un avvocato pere essere interrogato e per
chiarire la situazione. Ora, essendo io un CC, vi è il procedimento
amministrativo e il mio caro comandante mi ha anticipato che dovrà
scrivere per un mio allontanamento da questo Reparto in quanto non vi
sono più i presupposti per la mia permanenza. Faccio presente che il
tutto è accaduto 13 mesi fa e nulla è cambiato dato che mi sono sempre
occupato delle solite indagini senza essere messo da parte a causa del
procedimento penale in corso. Questo mi sembra illogico. Avrei trovato
un nesso se, dopo la sua denuncia, avesse immediatamente scritto
asserendo che non vi erano i presupposti per la mia permanenza a questo
Reparto. Secondo lei, avvocato, in caso che mi venga fatta una proposta
del genere, cosa potrei fare? E' legittima una proposta di trasferimento
in tal senso?
La
ringrazio.
(lettera
Firmata)
«Egregio
signor,
le sue perplessità sono effettivamente fondate.
Il trasferimento d'autorità e, in particolare, quello per
incompatibilità ambientale sono determinazioni ampiamente discrezionali
e, quindi, rimesse all'apprezzamento della scala gerarchica che, in
linea di massima, è libera di dislocare i propri uomini come crede, a
patto di soddisfare un apprezzabile interesse pubblico.
Un tale ampio e discrezionale potere, però, non può essere esercitato
arbitarriamente o con modalità che denotino l'inidoneità ad assicurare
il fine pubblico dichiarato.
Più precisamente, sarebbe stato sicuramente più plausibile il
trasferimento che fosse stato disposto nell'immediatezza dei fatti,
anche se questi erano ancora oggetto di accertamento. Anche questo tipo
di azione, ovviamente, si presta a critiche giacché porta a consegguenze
talvolta ingiuste e dannose nei confronti di chi è solo sottoposto ad un
accertamento penale, onde è da presumersi innocente. In tali casi, però,
è difficile che un Giudice possa annullare un trasferimento congruamente
motivato.
Nel suo caso, invece, atteso che sono trascorsi 11 mesi dagli eventi che
vi hanno dato causa, l'eventuale trasferimento - a scoppio ritardato,
diciamo - risulterebbe abnorme e solo pretestuosamente riferito al
motivo indicato. Il provvedimento finale, quindi, sarebbe più facilmente
contestabile nelle oppurtune sedi.
Ciò che le consiglio, al momento, è di controllare con severità l'azione
amministrativa che la riguarda.
Pertanto, non appena riceve la comunicazione di avvio del procedimento,
si attivi per chiedere tutti gli atti presupposti e per spiegare che,
anche in considerazione del lungo tempo trascorso, non sussistono le
paventate ragioni di incompatibilità.
Mai come in questi casi, è meglio prevenire che curare, perché, poi,
avere a che fare con i giudici amministrativi per contrastare il
Ministero della difesa è quanto di più arduo ci possa essere, per
svariate ragioni che non le sto a spiegare in questa sede.
Il consiglio è, inoltre, quello di rivolgersi ad un legale che sia
competente in materia.
Infine, non ho compreso se lei è altresì sottoposto a procedimento
disicplinare, ma vale in ogni caso il mio personale consiglio di farsi
sempre rispettare.
L'esperienza mi insegna che solo chi reagisce con fermezza e garbo,
viene infine rispettatto.
In bocca al lupo,
Avv.Giorgio Carta
Grazie ancora e a presto,
Giorgio |
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DIFESA: SUBORDINATO Ad UNA PREVIA AUTORIZZAZIONE IL
DIRITTO DEI MILITARI DI CONFERIRE CON I PARLAMENTARI – Roma 3 APRILE –
“Desta preoccupazione e perplessità la circostanza – menzionata nella
nota n. 266/2-2008 del 19 febbraio 2009 del Sottocapo di Stato Maggiore
dell’Ufficio Legislazione del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri
– secondo cui il Ministero della difesa avrebbe imposto a tutti i
militari che intendano recarsi «a qualsiasi titolo» presso le strutture
parlamentari, di interessare l’Ufficio di Gabinetto del Ministro, con un
preavviso di almeno 24 ore, indicando la motivazione dell’ingresso, per
richiedere «le autorizzazioni del caso»”, ha dichiarato l’Avvocato
Giorgio Carta, anche a nome di “Carabinieri d’Italia Magazine”, free
press del Comparto Sicurezza e Difesa. “Tale prescrizione non pare
supportata da alcuna norma di legge ed è idonea a comprimere
ulteriormente i diritti costituzionali di militari e Forze di polizia ad
ordinamento militare – prosegue l’Avvocato Giorgio Carta – onde, in
riferimento ad essa, mi riservo di adire le competenti autorità
giurisdizionali, anche penali, affinché sia ripristinato il diritto dei
cittadini con le stellette di conferire liberamente con i propri
rappresentanti in Parlamento, senza la previa necessità di farsi
autorizzare dal Ministro. La disposizione in esame, peraltro, limita lo
stesso diritto-dovere dei Parlamentari (i cui uffici sono dislocati
nelle strutture delle due Camere) di prendere cognizione delle reali
condizioni in cui versano le Forze Armate, senza il previo filtro
costituito dall’autorizzazione gerarchica”.
Avv. Giorgio Carta
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CASO RICCI: IL CONSIGLIO DI STATO SOSPENDE IL
TRASFERIMENTO
Roma – 12 marzo 2009: La quarta Sezione del Consiglio di Stato,
con ordinanza n. 1212 del 9 marzo 2009, ha sospeso il trasferimento per
incompatibilità del Maresciallo dei Carabinieri Lamberto Ricci. Il
sottufficiale, Comandante della Stazione Carabinieri di Affile (RM), 25
anni di Servizio e giudicato Eccellente, era stato trasferito per
incompatibilità dall’allora Comandante della Regione Lazio Baldassarre
Favara per il solo fatto che la moglie si era candidata all’elezione del
consiglio comunale di Affile, risultando peraltro non eletta. Il
Maresciallo aveva proposto ricorso al TAR che, però, con l’abnorme
ordinanza n. 4452/2008 (Presidente Antonino Savo Amodio, Relatore
Giusepe Rotondo), aveva respinto l’istanza di sospensione giudicando il
trasferimento «sufficientemente e congruamente motivato dalla
esplicitata sussistenza di una situazione obiettivamente lesiva
dell’autorevolezza, imparzialità ed immagine dell’Arma». Il Consiglio di
Stato, però, con la predetta ordinanza (Presidente Luigi Maruotti,
Relatore Pier Luigi Lodi) ha ribaltato la decisione del TAR Lazio,
concedendo la sospensione del trasferimento. Va detto che, come rilevato
nel ricorso del Maresciallo Ricci, l’Arma aveva trasferito il
sottufficiale come conseguenza della candidatura della moglie, ma non
aveva ritenuto fare altrettanto nei confronti di altri militari che
invece si erano candidati personalmente, in spregio all’art. 81 della
legge n. 121/1981, secondo cui «gli appartenenti alle forze di polizia
candidati ad elezioni politiche o amministrative … comunque, non possono
prestare servizio nell'ambito della circoscrizione nella quale si sono
presentati come candidati alle elezioni,per un periodo di tre anni dalla
data delle elezioni stesse».
Avv. Giorgio Carta
29.08.08
un'ulteriore
intervento sul Trasferimento d'Autorità
di un Maresciallo
dei Carabinieri.
"..Una scala gerarchica miope e sprezzante ed una giustizia
amministrativa irresponsabile stanno affondando l’istituzione più amata
dagli italiani.."
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Lettera aperta ai delegati COCER di ogni Forza Armata
Cari
delegati,
i
recenti eventi del mondo militare mi spingono a rivolgervi pubblicamente
alcune riflessioni, nella speranza che esse possano contribuire ad una
serena riflessione su un tema che sta appassionando gli addetti ai
lavori e, purtroppo, solo quelli: il caso Comellini.
Con
alcuni di voi siamo amici e ci conosciamo da tempo. Agli altri mi
rivolgo non come legale del militare in questione, giunto ormai
all’undicesimo giorno di sciopero della fame, ma come ex collega (sono
stato delegato cobar nel lontano 1997) e, consentitemelo, come attivista
dei diritti dei militari e delle Forze dell’Ordine intenzionato a darvi
un sommesso suggerimento.
Tanto
premesso, nei giorni scorsi è rimbalzata la notizia secondo cui il COCER
interforze non è riuscito a formulare una delibera di sostegno o,
comunque, di solidarietà nei confronti del Maresciallo Comellini.
Non è
stato finora facile capire le ragioni (tecniche o di merito) che hanno
portato la massima assise della rappresentanza militare a tale nulla di
fatto. Ognuno mi dice che è stata «colpa degli altri». Ciò che
però tale evento potrebbe, a torto o a ragione, dare a intendere
all’esterno può essere pericoloso ed imbarazzante. Non per Comellini, si
intende, ma per la stessa immagine esterna del mondo militare e,
nell’ambito di questo, dell’importante istituto che impersonate.
Alessandro Manzoni, nel Promessi sposi, ci ha parlato dei polli di
Renzo. Per farla breve, allorché Renzo conduce, legati a testa in giù,
alcuni polli alla loro triste sorte, questi non trovano di meglio da
fare che beccarsi fra di loro, «come
accade troppo sovente tra compagni di sventura».
Io non
voglio assolutamente insinuare alcunché sulle possibili ragioni della
sopra menzionata non-decisione, voglio però avvertire del rischio
fondato per cui un malpensante potrebbe collegare il vostro silenzio
(sinceramente anche la delibera assunta del COCER Aeronautica mi pare
alquanto flebile) alla nota battaglia avviata da Comellini contro
l’attuale regolamentazione dell’istituto della Rappresentanza militare e
contro la sua stessa persistenza.
Voltaire
ebbe a dire «non
sono d’accordo con le tue idee, ma
mi batterò perché tu
le possa esprimere»
e in ciò sta, ne converrete, l’essenza della democrazia. Non conta oggi
ciò che Comellini ha detto e pensato. Conta che lui e tutti militari
possano continuare ad esercitare la libertà di pensiero senza perciò
subire ritorsioni.
Ecco
perché oggi mi sono indotto a riferirvi queste brevi riflessioni: i
vostri organismi hanno tutto il tempo e l’opportunità di prendere una
posizione sul caso Comellini, per difendere il diritto di critica e di
pensiero di tutti o per ritenerlo un optional.
Si
eviterebbero così facili fraintendimenti da parte di tutti militari
d’Italia oggi dubbiosi sul vostro ruolo. Sono inoltre convinto che, al
contrario, il perdurare di questo impasse nuocerebbe soltanto
all’immagine e alla considerazione dell’organo che rappresentate e
incoraggerebbe chi, con un preciso interesse e vantaggio, confida sempre
sul fatto che, allorché
si avvicinano ai momenti cruciali in cui l’unità è la loro sola
salvezza, i militari non trovano di meglio da fare che beccarsi
reciprocamente. Come i polli di Renzo.
Avv. Giorgio Carta
Sulla vicenda Comellini
altro materiale:
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16/01/2009
Difesa, Prestagiovanni: Intervenire per maresciallo Comellini 38
Difesa, Prestagiovanni: Intervenire per maresciallo Comellini Roma,
16 GEN (Velino) - "Faccio appello alla sensibilita' umana del
presidente della Repubblica Napolitano e del ministro della Difesa
La Russa affinche' compiano un intervento sul caso del maresciallo
Luca Marco Comellini". Lo afferma il vicepresidente del Consiglio
regionale del Lazio Bruno Prestagiovanni (An). "Questo
sottoufficiale dell'Aereonautica militare - sottolinea
Prestagiovanni - e' in sciopero della fame per aver esercitato la
propria liberta' di opinione e il diritto di critica rispetto ai
diritti costituzionali dei militari, e ora si trova per questo
sottoposto ad un procedimento disciplinare che potrebbe portare alla
sua destituzione. Le sue condizioni di salute peggiorano di giorno
in giorno per l'irremovibilita' della sua protesta contro il
provvedimento disciplinare cui e' sottoposto - conclude
Prestagiovanni - penso che un caso come questo non possa passare
sottovoce e che un intervento da parte delle massime autorita' dello
Stato sia quantomeno opportuno per focalizzare bene il caso, trovare
un soluzione adeguata e consentire la sospensione di un gesto cosi'
eclatante. Al di la' della legittimita' della protesta ritengo che
un minimo di attenzione sia doveroso nei confronti di un fedele
servitore dello Stato che abbia deciso di procedere in tal senso". (com/ala)
161807 GEN 09 NNNN
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16.01.09
COCER A.M.
Sostegno morale al M.llo
Marco Luca COMELLINI, ed invito a
sospendere lo sciopero della fame. Purtroppo e probabilmente, ieri il COCER INTERFORZE
ha toccato il punto più basso, non solo non ha Deliberato la
vicinanza umana al collega, ma grazie alle "tattiche" di arguti
delegati è caduto il numero legale, non permettendo a grossa parte
del Consiglio Centrale che deliberasse in merito. Nei prossimi
giorni un'analisi dei fatti.
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15.01.08 Comunicato congiunto
Assodipro- Amid e Ficiesse
per un intervento del Presidente della
Repubblica al fine di risolvere la vicenda umana che
a colpito il collega Comellini
Comunicato congiunto
-
Nuova Spazio Radio Intervista Comellini:
http://www.elleradio.it/UserFiles/Media/Luca%20Marco%20Comellini.mp3
Intervista Giorgio Carta:
http://www.elleradio.it/sezioni.php?titolo=interviste&fun=det&id=115
-
13.01.09 Maresciallo Comellini al
settimo giorno di sciopero della fame Roma, 13 GEN (Velino) - Il
maresciallo dell'Aeronautica Luca Marco Comellini, sposato e con un
figlio di 5 anni, sotto inchiesta disciplinare da parte delle gerarchie
militari "per il solo fatto di avere liberamente esercitato la propria
liberta' di opinione e di pensiero, e' giunto al settimo giorno di
sciopero della fame". L'aggiornamento e' del difensore del
sottoufficiale, l'avvocato Giorgio Carta. "Oggi - ha spiegato -
l'amministrazione militare ha comunicato al mio assistito di aver
disposto il rinvio della data della convocazione per consentire
all'ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, tenente colonnello Amedeo
Berdozzo di approntare la difesa dell'inquisito. Il prossimo 29 gennaio,
quindi, questa vicenda giungera' al suo epilogo e tutto sara' rimesso
nelle mani del direttore generale del personale militare su cui
incombera' l'onere di assumere una decisione. Ravvisando ulteriori
elementi da sottoporre al vaglio della magistratura che sta procedendo
alle indagini - prosegue Carta - abbiamo trasmesso alla procura della
Repubblica presso il tribunale di Roma gli ulteriori atti comunicati
dall'amministrazione. Il mio assistito e' fermamente intenzionato a
continuare questa protesta che mira ad ottenere l'immediato intervento
del presidente della Repubblica e delle istituzioni in relazione al
vessatorio procedimento disciplinare - spiega il penalista - cui il
militare e' sottoposto. Questo procedimento disciplinare di stato -
continua il legale - sta assumendo gli evidenti caratteri di una azione
punitiva esemplare, non solo nel merito della questione riferita ai
diritti costituzionali, ma anche per le modalita' con cui viene portato
avanti, dal lontano settembre 2007, nonostante la legge imponga la sua
perenzione per decorrenza dei termini perentori". (com/cep) 131631 GEN
09
-
Egregio Segretario Maccari,
-
Sono grato a Lei per la per la solidarietà espressa nei miei confronti
nel vostro notiziario del 12 gennaio u.s., pag. 5, e a quanti,
cittadini, poliziotti e militari mi hanno dimostrato, in queste ore, di
condividere questa mia protesta culminata nell'astensione
dall'assunzione di cibi solidi e liquidi, che porterò avanti fino a
quando quei diritti e quelle tutele costituzionali non saranno
riconosciuti anche ai cittadini militari. Queste manifestazioni di vicinanza, che voi mi rivolgete, vorrei
necessariamente estenderle a tutti coloro che subiscono simili
ingiustizie ma tacciono per timore o per indifferenza. Fino a quando la triste vicenda che mi vede coinvolto non sarà definita,
non scriverò sulla inquietante situazione di incostituzionalità che si è
venuta a creare e sulle pesanti e infondate accuse d'infedeltà alle
istituzioni che mi sono state rivolte nel tentativo di tacitare la mia
voce dissonante all'interno del mondo militare. Posso però affermare che i diritti in questione, quelli che sanciscono
la libertà di espressione e di opinione, indispensabili basi della
concreta partecipazione alla vita politica e sociale del paese, che la
Costituzione riconosce a tutti i cittadini, nessuno escluso, e garantiti
ai militari dalle norme del loro Ordinamento, hanno subìto un violento
attacco con un atto inaccettabile in un Paese civile ove vige una
democrazia compiuta. Mi auguro che quanto sta accadendo in queste ore possa indurre le alte
cariche dello Stato, e le Istituzioni civili e militari, ad una attenta
riflessione sulla necessità di salvaguardare il pieno godimento dei
diritti e delle libertà fondamentali, che la Costituzione riconosce
anche ai cittadini militari, da qualsiasi ingiustificato tentativo di
repressione. Diversamente ci ritroveremo proiettati indietro nel tempo, sprofondati
in un regime che neanche la nostra storia recente ama ricordare
volentieri. Cordiali Saluti
Luca Marco Comellini - Roma 11.01.09
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12.01.09
Generale
Antonio Pappalardo
scrive a proposito del caso "COMELLINI":
"..Leggendo attentamente le motivazioni
dell’atto di accusa.... non credo di esagerare affermando
quel Comandante stia cercando di affermare un
pericolosissimo principio secondo il quale il militare è un
minus habens. ...Sono
sempre dell’avviso che militari ottusi e non pensanti siano
pericolosi per l’ordinamento democratico..".
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11.01.09
Il COISP esprime SOLIDARIETA' al
collega Luca Marco Comellini in "Sciopera della fame e del
bere" nel suo notiziario
e attraverso la pagine del sito.
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10.10.08
FERDINANDO CHINE'
"SOLIDARIETA', VICINANZA e MUTO
SOCCORSO" al collega Luca Marco Comellini. Dopo ben 4 giorni di
astensione da CIBI E BEVANDE i rischi per la salute sono alti, In
questa battaglia non c'è onore, da un lato chi rischia tutto per
tutto, dall'altro legalismi e carta bollata"
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09.01.09
COIR
C.C. PALIDORO
Solidarietà e sostegno al Maresciallo dell'Aeronautica Luca Marco
Comellini nel suo terzo giorno di "Astensione dei pasti e liquidi"
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07.01.09
DIFESA: MARESCIALLO IN SCIOPERO FAME PER DIRITTI MILITARI (ANSA) -
ROMA, 7 GEN - Luca Marco Comellini, maresciallo
dell'Aeronautica militare, esponente della Dc, ha reso noto di aver
cominciato uno sciopero della fame
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09.12.08
COCER AM DELIBERA
SUI DIRITTI COSTITUZIONALI DEI MILITARI
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9.12.08
INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DIRITTI COSTITUZIONALI DEI MILITARI
"...volti
ad accertare se per gli appartenenti alle Forze Armate e ai Corpi Armati
dello Stato sussistano le medesime condizioni per l'esercizio dei
diritti Costituzionali, se pur in conformità con le disposizioni della
legge 11 luglio 1978 n. 382, che sono invece garantiti agli altri
Cittadini italiani.."
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L'ARTICOLO GALEOTTO SPUNTO DI
INTERROGAZIONE PARLAMENTARE LIBERTA' DI ESPRESSIONE. UNA TRISTE VICENDA CHE VEDE
PROTAGONISTA UN COLLEGA
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29.08.08
un'ulteriore
intervento sul Trasferimento d'Autorità
di un Maresciallo
dei Carabinieri.
"..Una scala gerarchica miope e sprezzante ed una giustizia
amministrativa irresponsabile stanno affondando l’istituzione più amata
dagli italiani.."
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COMUNICATO STAMPA
L’Arma dei Carabinieri, nella persona del Generale Baldassarre Favara,
ha dichiarato incompatibile ed ha trasferito con effetto immediato ad
altra sede un Maresciallo dei Carabinieri, con 25 anni di servizio e
giudicato “eccellente”, per il solo fatto che la moglie di questi si era
candidata alle elezioni comunali del Comune di residenza. Il
provvedimento risulta vieppiù abnorme se si considera che la moglie del
militare si era candidata in una lista civica senza connotazione
politica, aveva riportato solo 4 voti di preferenza e non era stata
quindi eletta.
Paradossalmente, l’autorità che ha proposto il trasferimento in
questione (il colonnello Tommasone, Comandante provinciale di Roma) e
quella che l’ha disposto (il generale Favara, Comandante Regionale del
Lazio) sono le stesse che erano state denunciate dal Sindacato dei
Carabinieri in congedo (SINACC) allorché era stato consentito
all’allora candidato Sindaco Gianni Alemanno di tenere un incontro di
campagna elettorale presso i locali del Comando Provinciale carabinieri
di Roma.
A tale palese iniquità si è aggiunta quella perpetrata dal TAR Lazio
che, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di sospensione del
provvedimento nelle persone del Presidente di Sezione Antonino Savo
Amodio e del Consigliere relatore Giuseppe Rotondo, con ordinanza n.
4452/2008, ha respinto l’istanza dichiarando il «trasferimento per
incompatibilità - sufficientemente e congruamente motivato dalla
esplicitata sussistenza di una situazione
obiettivamente lesiva dell’autorevolezza, imparzialità ed
immagine dell’Arma».
Per effetto di tale provvedimento, il Maresciallo trasferito, che ha tre
figli e la cui coniuge non lavora, perde altresì l’alloggio di servizio
che gli competeva col precedente incarico.
Si fa presente che altri militari dell’Arma personalmente candidatisi e
perfino eletti in altre competizioni politiche non sono stati mai
trasferiti ad altra sede, nonostante lo imponga l’articolo 81 della
legge n. 121/1981.
Avv. Giorgio Carta
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NESSUN LIMITE DI ETA’ AI MILITARI ED ALLE FORZE DELL’ORDINE CHE
PARTECIPANO AL CONCORSO BANDITO DA ALTRO CORPO
Il TAR
del Lazio, con ordinanza cautelare n. 3350 del 3 luglio 2008, ha
disposto l’ammissione al concorso per Commissario di Polizia di un
Maresciallo della Guardia di Finanza che vi era stato escluso per
superamento dell’età massima indicata nel Bando.
Il
Giudice Amministrativo ha statuito l’illegittimità dell’art. 2 del Bando
nonché del decreto ministeriale 6 aprile 1999, n. 115, che imponevano il
limite di età di 32 anni.
Precisamente, le suddette norme violerebbero l’art.
3, comma 6, della legge 15 maggio 1997 n. 127, che, nello stabilire il
principio generale in base al quale la partecipazione ai concorsi
pubblici non è soggetta a limiti di età, ammette esclusivamente
deroghe «connesse alla natura del servizio o ad
oggettive necessità dell' Amministrazione».
Il
TAR Lazio ha allora ritenuto che non ricorressero i presupposti per
derogare al generale principio fissato dal legislatore e per riservare
al ricorrente – Maresciallo Ordinario della Guardia di Finanza - un
trattamento deteriore rispetto a quello degli agenti di Polizia in
servizio, per i quali non è prescritto alcun limite di età nell’ambito
dei concorsi interni.
Sulla
base del medesimo ragionamento, la medesima Sezione, con ordinanze n.
3503/2005 e n. 3620/2006, aveva già ammesso con riserva un Appuntato dei
Carabinieri illegittimamente escluso dal concorso per commissario della
Polizia di Stato.
Avv.
Giorgio Carta
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(IN)GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA
"Ovvero, perdere o no la speranza di vedere ristabiliti
la ragione ed il torto?"
«C’è un giudice a
Berlino» è la celebre frase pronunciata nel 1779 dalla moglie di un
mugnaio prussiano di nome Arnold, il quale non accettava di essere stato
leso nei suoi diritti ed invocò giustizia per trent’anni, fino ad
ottenerla solo nella capitale, Berlino, per mano dello stesso imperatore
Federico II di Prussia.
La frase è quindi
diventata il grido di battaglia di coloro che credono nella democrazia e
nel diritto. Di coloro, cioè, che credono che – alla fine – in uno Stato
di diritto, ci deve pur essere un organo super partes che
riaffermi la giustizia violata.
Berlino, però, non è
Roma e recenti pronunce dei Giudici Amministrativi su questioni
riguardanti i militari lasciano decisamente a bocca aperta.
Tra gli avvocati che
stabilmente si occupano di militari e di Forze di Polizia serpeggia una
diffusa preoccupazione per la sorte giudiziaria dei diritti dei primi
servitori dello Stato. Partendo da questa constatazione, vogliamo d’ora
in poi affrontare con più decisione il problema della Giustizia,
valutando insieme a voi se sia ancora possibile – nel 2008 - auspicare
che un Carabiniere che ha subito una prevaricazione ottenga infine la
riparazione del torto subito.
Sotto questo profilo, la
pronuncia giurisdizionale più iniqua ed incomprensibile di cui ho avuto
conoscenza da quando faccio l’avvocato è sicuramente l’ordinanza del TAR
Lazio n. 2418 del 14 maggio 2008.
Si dice, in questi casi,
che le pronunce dei Giudici non si discutono, ma si impugnano o si
osservano. Io come avvocato sicuramente la impugnerò, però è bene che
pure voi sappiate cosa può accadere di sentirsi rispondere da un
Tribunale Amministrativo ai giorni nostri.
I fatti oggetto del
giudizio sono quelli, ormai noti a tutti, occorsi ai tre delegati del
COBAR Lazio che intesero segnalare al Comandante regionale una prassi
amministrativa che asserivano illegittima. Per tutta risposta, il
superiore li ha sanzionati disciplinarmente per essersi questi rivolti a
lui direttamente, senza previamente osservare il principio gerarchico.
Non è servito a niente
dimostrare che i tre delegati erano stati indirizzati in tal senso dal
proprio Comitato di Presidenza. Non solo, i tre militari sono stati
sanzionati anche per il fatto stesso di essersi fatti coadiuvare da un
legale nella stesura della memoria difensiva relativa al primo addebito.
Il relativo procedimento
disciplinare è stato caratterizzato da macroscopiche violazioni
procedurali: ai tre incolpati non è stato consentito l’accesso ai
documenti utili alla propria difesa (lo ha accertato il TAR Lazio con
sentenza n.
656/2008,
che ha pure condannato l’Amministrazione alle spese); i quesiti
interpretativi inoltrati dai militari non sono mai pervenuti alle
autorità cui erano rivolti e quindi non hanno avuto risposta; la
commissione di disciplina ha visto l’insolita presenza di un quarto
membro (invece dei tre previsti dalla legge); tutti i testimoni indicati
dagli incolpati sono stati ritenuti superflui ed estromessi dal
procedimento.
Sui medesimi fatti è
stata perfino presentata un’interrogazione parlamentare.
Tanto premesso, i
militari sanzionati, senza essere prussiani e 230 anni dopo il famoso
auspicio, hanno creduto che dovesse pur esserci un Giudice a Berlino,
pardon a Roma, e si sono rivolti al TAR della Capitale.
Lascio a voi la
valutazione della risposta dello Stato. Io mi attengo ai fatti nudi e
crudi e vi dico che la Sezione I bis del TAR Lazio, nelle persone
di Elia Orciuolo (Presidente), di Giuseppe Rotondo (relatore) e di
Donatella Scala, ha respinto l’istanza cautelare proposta da uno dei
delegati puniti affermando che «il provvedimento impugnato, anche
alla luce dell’ampia ed esaustiva relazione depositata dall’intimata
amministrazione, appare resistere alle articolate censure non palesando
il procedimento disciplinare sintomi di illegittimità nei sensi
prospettati in ricorso dal ricorrente».
A tacer d’altro, si fa
solo notare che era stata la medesima Sezione I bis del Lazio,
con sentenza di poco precedente, ad accertare che l’autorità
disciplinare procedente non aveva consentito al ricorrente l’accesso ai
documenti a lui necessari per difendersi.
Fin qui i fatti. A voi
le valutazioni, ma ovviamente, la vicenda giudiziaria non finirà qui.
Dovrà pur esserci
un giudice a
Berlino!
Avv. Giorgio Carta
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TAR LAZIO: DIRITTO DI ACCESSO
CONSENTITO
ANCHE SU UNA CHIAMATA AL 112
Un graduato dell’Arma, in occasione di
un intervento richiesto su un reato di furto, è rimasto coinvolto con la
vettura di servizio in un incidente stradale cagionando la morte di un
pedone. A seguito di tale evento, il militare è stato sottoposto a
procedimento penale per il reato di omicidio colposo, tuttora in corso.
Qualche tempo dopo, il graduato è
stato informalmente avvisato del fatto che un cittadino, l’indomani
dell’incidente, aveva chiamato al numero 112 del pronto intervento ed
aveva esposto che – contrariamente a quanto scritto da alcuni giornali –
l’autoradio dei Carabinieri da lui condotta, al momento dell’incidente,
aveva debitamente inseriti i dispositivi di emergenza.
Il medesimo cittadino aveva inoltre
fornito le proprie generalità dichiarandosi disponibile a fornire
testimonianza.
Consapevole che le telefonate al 112
vengono registrate e conservate dall’Amministrazione, il militare ha
chiesto di accedere alla predetta registrazione, ai sensi e per gli
effetti della legge n. 241/1990.
Il Capo di Stato Maggiore del Comando
Regione Lazio ha però respinto l’istanza di accesso del militare
adducendo che la registrazione della telefonata in parola sarebbe «un
atto giudiziario e non un documento amministrativo» e sarebbe «espressamente
esclusa dall’accesso dall’art. 24 della L. 241/1990».
Il TAR del Lazio, prontamente
invocato dal Carabiniere, con sentenza n. 5406/2008, ha ordinato «l’ostensione
della riproduzione magnetica della telefonata»
ed ha condannato l’Amministrazione alle spese di giudizio.
Ora, a parte, il principio per cui
anche una telefonata al 112 può essere oggetto di accesso da parte
dell’interessato, la vicenda ora narrata fa emergere ancora una volta il
senso di solitudine che avvolge il Carabiniere allorché, a seguito di un
inciampo, egli cade – momentaneamente o permanentemente – in “disgrazia”
agli occhi della scala gerarchica.
Avv. Giorgio Carta
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Concorso per
Ufficiali della Guardia di Finanza.
Leggere
attentamente le avvertenze (del Bando)!
Sia il TAR Lazio,
Sezione II (sentenza n. 2175/2008), che il Consiglio di Stato, Sezione
IV (decisione n. 2748/2008), hanno riconosciuto – contrariamente a
quanto sembrano voler dire i Bandi di concorso tutt’ora aperti - il
diritto di partecipazione al concorso per sottotenenti del Ruolo
Speciale della Guardia di Finanza riservato ai militari del Corpo anche
a coloro che in passato siano stati dichiarati non idonei
all’avanzamento.
I Bandi in questione,
infatti, richiamano l’art. 1, lettera b), del Decreto 29 ottobre 2001
del Ministro dell’Economia e delle Finanze secondo cui possono
partecipare ai concorsi in esame coloro i quali «non siano stati
dichiarati non idonei all'avanzamento ovvero vi abbiano rinunciato, se
personale militare in servizio permanente».
Il Comando Generale
della Guardia di Finanza interpreta la norma nel senso che la
partecipazione al concorso è riservata a coloro che non sono mai stati –
in qualsiasi epoca - dichiarati inidonei all’avanzamento.
In altre parole, secondo
detta tesi, potrebbero partecipare ai concorsi per Ufficiali del Corpo
solo i militari che non siano mai stati dichiarati inidonei
all’avanzamento.
Tale tesi è stata
smentita dalle predette sentenze dei giudici amministrativi che hanno
invece chiarito che «solo la condizione
attuale di inidoneo all’avanzamento precluda l’ammissione» al
concorso.
Ne discende che i
militari della Guardia di Finanza ben possono partecipare al concorso
per sottotenente, anche se in passato siano stati dichiarati non idonei
all’avanzamento, a condizione che abbiano successivamente acquisito il
grado superiore.
Avv. Giorgio Carta
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